Non siate sciocchi. Babbo Natale esiste.
Mentre state aiutando vostra madre in cucina o appuntando gli ultimi biglietti sui regali, Babbo Natale sta svaligiando il vostro centro commerciale preferito.
Mentre eravate in ufficio, qualche giorno prima, o a scuola, o in giro per negozi con la ragazza, Babbo Natale fornicava con delle grassone nel reparto grandi taglie, è andato a puttane, ha detto parolacce davanti ai bambini, si è ubriacato un centinaio di volte e ha preso alloggio da un bambino un po' ritardato, con una nonna dedita alla tivù, al letargo e alla preparazione di panini.
Babbo Natale confonde i folletti con i sette nani, e ha perso ogni interesse per renne, polo nord e per la sua slitta, che è in officina. Ha perso ogni interesse per la vita. In un attimo, accerchiato dalla polizia, il pensiero di un cetriolo di legno macchiato di sangue gli farà cambiare idea.
Bad Santa è una commedia nera solo per finta, ma l'abito le sta benissimo. E' la dimostrazione che si può dire qualcosa di positivo anche dicendo parolacce, picchiando i bambini e pisciandosi addosso. Tuttavia, nonostante gli eccessi e i tanti difetti, Bad Santa è la sceneggiatura che il cinema italiano non sarebbe neanche in grado di abbozzare. Perché in Italia il senso del cinema si è ormai perduto, anestetizzato e buonista com'è, sussurrato, pieno di sorrisi, di persone per bene, e Babbo bastardo è invece una botta di perversione che sovverte l'ordine naturale delle cose e che, concentrando il Santo e Intoccabile Natale in una bottiglia di whiskey, lo lancia per aria con barcollante indifferenza, spaccandolo su un parabrezza di una macchina parcheggiata.
E' un calcio nelle palle alla neve che cade a fiocchi, alle decorazioni dei quartieri residenziali e ai jinglebells assordanti che riempiono i cuori delle famiglie.
Mentre scartiamo i regali sotto l'albero, e ne consegnamo altri, circondati dai parenti, pensiamolo almeno una volta: siamo dei bastardi babbo-natale anche noi.
Babbo bastardo, di Terry Zwigoff, Usa 2003.
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30/11/2004 02:18
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goljadkin a proposito di visioni
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
