Nel 1910 il cinema è già un fatto commerciale
Durante gli anni Dieci le più potenti cinematografie nazionali si danno alla pazza gioia e vengono prodotti 2754 film. 882 sono francesi, 643 italiani, 576 americani, 308 tedeschi, 268 inglesi. Il cinema vuole andare oltre le farse volgari e i ridicoli melodrammi, e perciò si sviluppa un percorso di evoluzione artistica e creativa che - miracolo! - non si contrappone al commercio, ma anzi lo valorizza, trasformando gradualmente il cinema in quella che poi fu definita - da Ricciotto Canudo, saggista, romanziere, drammaturgo e giornalista italiano residente a Parigi - la "settima arte".
Il cinema italiano si specializza nel soggetto storico, e sforna una marea di improbabili kolossal su Roma, Pompei e Troia, con scenografie di cartapesta e sceneggiature scritte da D'Annunzio.
In Danimarca fa il suo esordio la "vamp", la donna fatale, protagonista di rocamboleschi melodrammi in cui banchieri e impiegati del catasto si innamorano di femmine tanto favolose quanto crudeli, che amano girare nude per casa ma non te la danno mai.
Nascita del cinema classico: D. W. Griffith
Nel frattempo, in America, un certo Griffith - attore di teatro proveniente da una famiglia metodista del Sud - realizza circa quattrocento film per la Biograph. Nel 1914, l'enorme esperienza maturata e - immagino - il cospicuo conto in banca inducono il Nostro a presentare lettera di dimissioni e a crearsi la propria casa di produzione per realizzare "The Birth Of a Nation" (Nascita di una nazione), il suo capolavoro. E' il passaggio dalle forme primitive a quelle di cinema classico. Chi l'ha visto può testimoniarlo: ritmo epico, superbi movimenti di macchina, ampie panoramiche, consapevole rappresentazione dello spazio e della narrazione. E' il maggiore successo di pubblico del cinema muto di quegli anni e il progetto più grandioso mai realizzato negli Stati Uniti sino a quel momento.
Per respingere le numerose accuse di razzismo mosse al film, quel terrone di Griffith gira "Intolerance" (1916), inno pacifista contro ogni forma di intolleranza. Grande sfoggio di tecnica: il montaggio parallelo, fino a quegli anni impensato, tocca qui il suo apice; la regia gode di influenze letterarie (Whitman) e pittoriche (Dickens). Ejzenstejn guarda, si emoziona e corre a sfornare la sua "cagata pazzesca".
Prossima puntata:
Ejzenstejn: una cagata pazzesca o, tutto sommato, un bravo vecchietto?
L'espressionismo tedesco: ma cos'è?
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21/01/2005 01:17
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goljadkin a proposito di storia
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
