Gli zombie di George A. Romero - intelligenti quanto basta per assaporare la rivoluzione new global, e coperti di soldi e di bella musica sinfonica come si conviene ad un horror di stile - imparano a nuotare come bislacchi tronchetti galleggianti capeggiati da un nerboruto e politicamente corretto uomo di colore, ed emergono dalle acque con il medesimo sguardo allucinato di Martin Sheen, benché privi di quell'orrore pervasivo che aveva contagiato l'inquietante esilio di Marlon Brando. Lì Dennis Hopper dava vita ad un folkloristico personaggio alla deriva - letteralmente -, e non dispiace affatto, tutto sommato, questo cattivo così fumettistico e senza sfumature, non fosse altro perché - nel pieno di un mezzobusto - si scaccola il naso spolverandolo nervosamente come un cocainomane disintossicato. Didascalica e grottesca, la messa in scena del più grande esperto di morti viventi della storia del cinema è sin troppo gotica e piacevole per piacere ai puristi e ai modaioli intellettuali che hanno visto più e più volte tutti i precedenti film, e la sceneggiatura non racconta nient'altro che un assalto premeditato e intorpidito alla roccaforte del piacere e del lusso, piuttosto prevedibile e lontana dalle atmosfere infernali e claustrofobiche dei precedenti capolavori. La trovata - geniale - dei fiori del cielo è la summa della poetica romeriana sullo sguardo distratto, di una massa troppo impegnata a seguire le apparenze - forme dai contorni definiti (facili) perché stagliate su sfondi (contesti) piatti (inconsistenti) - anziché la sostanza (la carne). Ma sarebbe una lettura fatta giusto per dire qualcosa di forbito. In realtà La terra dei morti viventi è un cartoon che è distante anni luce dal Romero di un tempo, e tanto basta - forse - perché tutto sommato diverte. E un horror ben fatto, prima di ogni altra cosa, deve saper divertire. Asia Argento ci riesce. Ao'.
La terra dei morti viventi, di George A. Romero - Canada, Usa 2005.
|
26/07/2005 00:28
|
|







Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
