La fiera delle ambiguità
Glamorama è un libro ambientato nel mondo dell'alta moda, che Ellis individua come snodo zenithale dell'essere contemporaneo. L'inizio è annichilente. Nelle prime duecento pagine si sprofonda in un delirio descrittivo/classificatorio che arriva a esiti felicissimi, addirittura migliori di quelli raggiunti con "American Psycho". Liste d'invitati, nomi, pagine e pagine riempite esclusivamente da nomi di persone "famose". Poi, la discesa che è una specie di viaggio al centro della terra e che è anche un viaggio al centro dell'Io. Un Io che non può che essere schizofrenico, ambivalente, irreale e ubiquo, perché è l'Io di noi uomini e donne che in questo momento ci troviamo a essere da tutte le parti e da nessuna parte. Molti hanno parlato di uno stacco netto a metà libro. Io questo stacco non ce l'ho trovato, o se vogliamo, ce l'ho trovato, ma lo giudico assolutamente funzionale alle intenzioni, a quello che Ellis ci vuole comunicare, e cioè: la dispersione, lo spaesamento, il non sapere cosa si è e nemmeno cosa si vuole essere. Da questo punto di vista, se addirittura Palahniuk viene considerato un "grande" scrittore, allora Glamorama dovrebbe essere letto e riletto, e assurgere allo status di "classico".
Al di là della trama, comunque, il dato fondamentale che emerge nella scrittura di Ellis è ancora una volta l'ambiguità, carattere che distingue anche la scrittura di Houellebecq e che molti imbecilli si ostinano a chiamare compiacimento. Ecco, credo che l'ambiguità di questi tempi sia davvero l'unico strumento possibile di interpretazione della realtà. La nostra realtà. Come non accettare, infatti, l'attrazione (pur eticamente disdicevole) che esercitano su di noi le merci esposte negli scaffali? Come non ammettere che il mondo finto che viene proiettato dai catodi delle nostre televisioni, sia un mondo bellissimo, cioè il mondo in cui ciascuno di noi vorrebbe vivere? Ellis riesce a trasmettere alla perfezione questa pulsione. Ce la inietta sotto pelle e la fa crescere come se fosse un virus terribilmente vorace. Giusto per farci capire che siamo cattivi e che bisogna che ce lo diciamo, che ce lo ricordiamo.
Dammi tre parole che non sono cuore sole amore, ma Prada, Prada, Prada.
Bret Easton Ellis - Glamorama, Einaudi 2002
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28/10/2003 12:49
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ilfidanzatodivivi a proposito di
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
