Letteratura amica
Recuperare un libro della tua autrice preferita è come incontrare la tua vecchia compagna di liceo dopo dieci anni e accorgerti che in realtà il tempo non è passato e che davanti ad una tazza di the riuscite a chiacchierare con la stessa scioltezza dei vostri diciotto anni.
Prendere in mano Powerbook è stato per me come incontrare una vecchia amica e trovarmi perfettamente a mio agio. L’incipit è degno dei migliori romanzi della Winterson, il romanzo inizia con una favola. Poi scivola nella realtà, un’altra vicenda di tormentato, difficile amore lesbico. L’assolutezza dell’amore sopra ogni cosa.
“Di cosa parlano i tuoi romanzi?”
“Desiderio. Limiti.”
Un dialogo del romanzo che vale per tutti i suoi romanzi.
In realtà, in questo romanzo sono proprio i dialoghi il punto più zoppicante. Poco plausibili, come in tutti i suoi romanzi, si perdono spesso fino a non far più comprendere quale delle due donne stia dicendo cosa. Più degli altri, questo è un romanzo fortemente erotico e sensuale. Che sia un amore lesbico è assolutamente secondario. Tutt’intorno ci sono Parigi, Capri e Londra. C’è la surrealtà che la Winterson è in grado di creare. Insieme al suo lirismo. Il lirismo purtroppo però non tiene su tutto il romanzo. Ci sono abissali cadute involontarie. Può fare di meglio. Spero ardentemente lo faccia nel prossimo romanzo.
Jeannette Winterson - Powerbook, Oscar Mondadori 2002
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31/10/2003 13:15
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lise.charmel a proposito di
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La fiera delle ambiguità
Glamorama è un libro ambientato nel mondo dell'alta moda, che Ellis individua come snodo zenithale dell'essere contemporaneo. L'inizio è annichilente. Nelle prime duecento pagine si sprofonda in un delirio descrittivo/classificatorio che arriva a esiti felicissimi, addirittura migliori di quelli raggiunti con "American Psycho". Liste d'invitati, nomi, pagine e pagine riempite esclusivamente da nomi di persone "famose". Poi, la discesa che è una specie di viaggio al centro della terra e che è anche un viaggio al centro dell'Io. Un Io che non può che essere schizofrenico, ambivalente, irreale e ubiquo, perché è l'Io di noi uomini e donne che in questo momento ci troviamo a essere da tutte le parti e da nessuna parte. Molti hanno parlato di uno stacco netto a metà libro. Io questo stacco non ce l'ho trovato, o se vogliamo, ce l'ho trovato, ma lo giudico assolutamente funzionale alle intenzioni, a quello che Ellis ci vuole comunicare, e cioè: la dispersione, lo spaesamento, il non sapere cosa si è e nemmeno cosa si vuole essere. Da questo punto di vista, se addirittura Palahniuk viene considerato un "grande" scrittore, allora Glamorama dovrebbe essere letto e riletto, e assurgere allo status di "classico".
Al di là della trama, comunque, il dato fondamentale che emerge nella scrittura di Ellis è ancora una volta l'ambiguità, carattere che distingue anche la scrittura di Houellebecq e che molti imbecilli si ostinano a chiamare compiacimento. Ecco, credo che l'ambiguità di questi tempi sia davvero l'unico strumento possibile di interpretazione della realtà. La nostra realtà. Come non accettare, infatti, l'attrazione (pur eticamente disdicevole) che esercitano su di noi le merci esposte negli scaffali? Come non ammettere che il mondo finto che viene proiettato dai catodi delle nostre televisioni, sia un mondo bellissimo, cioè il mondo in cui ciascuno di noi vorrebbe vivere? Ellis riesce a trasmettere alla perfezione questa pulsione. Ce la inietta sotto pelle e la fa crescere come se fosse un virus terribilmente vorace. Giusto per farci capire che siamo cattivi e che bisogna che ce lo diciamo, che ce lo ricordiamo.
Dammi tre parole che non sono cuore sole amore, ma Prada, Prada, Prada.
Bret Easton Ellis - Glamorama, Einaudi 2002
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28/10/2003 12:49
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ilfidanzatodivivi a proposito di
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Ciak! Azione (e reazione)
Il grosso guaio, il più grosso di tutti, è che questi sono i film che piacciono alla generazione dei nostri rimbecilliti genitori ex-sessantottini. Loro che da ragazzi sono cresciuti con Bellocchio e Bertolucci (a breve la recensione di "The dreamers"), autori ormai lontanissimi dalla loro generazione e vicinissimi, caso strano, alla nostra, loro, dicevo, apprezzano, eccome, Muccino. Speriamo almeno che a cinquant'anni non saremo così.
Gabriele Muccino - Ricordati di me, Italia 2003
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20/10/2003 12:40
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ilfidanzatodivivi a proposito di
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La teoria del vuoto
Gus Van Sant - Elephant, USA 2003
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13/10/2003 11:57
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ilfidanzatodivivi a proposito di
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La iena
Mi cimenterò adesso nella recensione di un film non ancora visto. Si vocifera infatti che Quentin Tarantino sia "finalmente tornato" dopo lunghi "sei anni di silenzio" e che il suo nuovo "capolavoro", in uscita il ventiquattro ottobre, sia stato diviso in due parti di novanta e passa minuti ciascuna, per logiche commerciali. Lui, Quentin, al di là del fenomeno culturale che lo coinvolge da quando quel giorno decise di mettersi a fare cinema dopo una vita passata a sommergersi di videocassette, è uno dei miei autori preferiti, soprattutto per quel bellissimo melodramma noir che porta il nome di "Jackie Brown", classe 1997; un vero capolavoro, questo sì, l'ultimo in ordine di tempo firmato da Tarantino in regia e sceneggiatura, un film che solo un giovane talento genuino e folle come lui avrebbe potuto concepire. Niente di strano, per carità, o di clamorosamente sovraccaricato come "Pulp Fiction", anzi: un film in cui la violenza è mostrata fuori campo e in cui trova spazio persino una straordinaria storia d'amore.
Ecco, mi piacerebbe che "Kill Bill" non fosse semplicemente quel marchingegno pirotecnico di botte, sangue, insulti e effetti speciali che i media stanno tentando di propagandarci cavalcando indisturbati l'onda distorta che, lo sappiamo, il fenomeno "Tarantino" porta con sé. Anzi, sono sicuro che sarà ben altro: Quentin mi stupirà con un'altra sceneggiatura perfetta, matematica come una partitura barocca. Vedrò una Uma Thurman in stato di grazia, come sempre bellissima nella sua provocante eleganza, affiancata da una folgorante Lucy Liu ormai all'apice della carriera. E già immagino due straordinari Daryl Hannah e David Carradine, ripescati dal letargo a cui li aveva costretti hollywood, macchina dei sogni cattiva meravigliosa e implacabile i cui meccanismi Tarantino ha sempre dimostrato di conoscere alla perfezione. E lui? Lui metterà in scena questo stralunato western di arti marziali con la solita genuina passione, il gusto per la contaminazione, la citazione, il ritmo sincopato, i dialoghi al di sopra delle righe. Lo farà, ne sono sicuro, con il suo consueto, classico, imprevedibile genio violento. Un'ultima cosa: visitate il sito ufficiale (kill-bill.com), è veramente stupendo.
Quentin Tarantino - Kill Bill, Miramax - A Band Apart, 2003
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11/10/2003 00:34
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goljadkin a proposito di
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Caccia al ladro
L'argomento è: Radiohead. Cioè, cosa? Chi sono i Radiohead? I cinque qui a fianco. E poi? "Hail to the thief" è il loro sesto album. Ma cos'è? L'avete sentito? Questo non è rock, post-rock, indie o tutte quelle cavolate lì. Tom Yorke non è un cantante, o - peggio - un essere umano. I cinque qui a fianco sono scarabocchi disegnati da una mente superiore. Con la m e la s maiuscole. Non esistono. Oggi. "Hail to the thief", assieme con "Amnesiac" e "Kid A", dimostra come si può essere anni luce avanti agli altri con un paio di chitarre una batteria un basso un pianoforte e una voce. Prima dei Radiohead esisteva un paradigma: strofa-bridge-ritornello. Con esso Tom Yorke, nel '92, aveva concepito una delle più straordinarie power ballad di quel decennio, tanto semplice nella struttura quanto il suo nome: "Creep". I Radiohead erano balzati in testa alle classifiche e le riviste di musica li avevano collocati sugli scaffali del brit-pop distrattamente quanto può esserlo una massaia che sistema il basilico accanto alla maggiorana e al rosmarino. Così, mentre Oasis e Blur giocavano a imitare i Beatles, Tom Yorke - con tutti i soldi fatti - costruiva la macchina del tempo.E oggi i Radiohead risiedono nel futuro; qualche anno, forse decennio, più in là. E, in qualche modo, ci fanno pervenire la loro idea di musica, quella che un giorno suonerà come vecchia, copiatissima, inflazionata, ma che adesso è quanto di più straordinario possa offrire il rock o quello che il rock sarà quando non avrà più paradigmi.
Radiohead - Hail to the thief, Capitol 2003.
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07/10/2003 19:45
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goljadkin a proposito di
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Tragedie greche su piccolo schermo
E.R. Medici in prima linea – ogni lunedì alle 21 su Rai Due.
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07/10/2003 11:50
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ilfidanzatodivivi a proposito di
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Puzza di sangue
Dimenticavo, "The Addiction" è un film sui vampiri.
Abel Ferrara - The Addiction, USA 1994.
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06/10/2003 11:45
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ilfidanzatodivivi a proposito di
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Unos, dos, tres

Sapete, quest'opera -esima di Ridley Scott, tornato alla grande dopo l'inutile sbornia di kolossal in cui si era impelagato, va scoperta a poco a poco, gustata a piccoli sorsi. Eppure, sì, sembrerebbe una cazzata, l'ennesima storia del truffatore-buono maniaco della pulizia e dell'ordine, campionario ambulante di ossessioni compulsive, tic e nevrosi, che scopre di avere una figlia quattordicenne che non si toglie le scarpe per camminare sulla moquette. E invece "Il genio della truffa" stupisce per la scrittura puntuale dei personaggi, incanta per la fotografia in controluce, trascina per l'interpretazione eccellente di tutti gli attori e tira via più di un applauso per la direzione senza-una-piega del bentornato Scott, per la prima volta impegnato in una commedia low-budget che fa i conti con lo Spielberg di "Prova a prendermi" superandolo in intelligenza e senso della misura. Pur godibilissima, la crime-story di Leonardo Di Caprio era sparata a mille, grondante di hollywood e di star system, eccessivamente virtuosistica, raffinata e - tutto sommato - politicamente corretta. Questa di Nicolas Cage è raccontata a bassa voce, sussurrata, e la macchina da presa di Ridley Scott scivola sui personaggi con misura, scontornandoli dinanzi a riflessi e bagliori di luce accecanti. Non voglio raccontarne la trama, è bella così com'è, intoccabile come la moquette di Roy. Né voglio dirvi che c'è uno splendido colpo di scena finale. Rischierei di imbrogliarvi.
Ridley Scott - Il genio della truffa, USA 2003.
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06/10/2003 01:11
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goljadkin a proposito di
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L'epica del Tavor
I want to fuck you like an animal
I want to feel you from the inside
I want to fuck you like an animal
My whole existence is flawed
You get me closer to god
You can have my isolation, you can have the hate that it brings
You can have my absence of faith, you can have my everything
Help me tear down my reason, help me its' your sex i can smell
Help me you make me perfect, help me become somebody else
Nine Inch Nails - The downward spiral, Interscope 1994.
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03/10/2003 12:27
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ilfidanzatodivivi a proposito di
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
