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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.
 
Lei conosce Trakovskij solo da qualche immagine ferma, in realtà, visto che una volta si è addormentata durante la visione di Stalker, soccombendo a un'interminabile panoramica della cinepresa che scendeva verso il primo piano di una pozzanghera su un pavimento a mosaico dissestato. Ma lei non è tra quelli che pensano che ci sia qualcosa da guadagnare dall'analisi delle ipotetiche influenze subite dall'artefice. Il culto delle sequenze è disseminato di sottoculti, che rivendicano ogni possibile influenza. Da Truffaut a Peckinpah a... Gli appassionati di Peckinpah, tra i più improbabili, aspettano ancora che vengano estratte le pistole.

William Gibson, L'accademia dei sogni, Mondadori


C'è poi una scrivania di smalto bianco che funge anche da toeletta e un tavolo rotondo di vetro sul quale è poggiato un cesto pieno una volta di frutta fresca e l'altra di bucce e scarti vari della medesima. Non so se è un'abitudine o se si tratta di un subdolo extra per accattivarsi il giornalista, ma ogni volta che mi allontano dalla cabina per la proverbiale mezz'ora torno e trovo un nuovo cesto di frutta coperto da un aderentissimo cellophane blu poggiato sul tavolo di vetro. E' frutta buona, fresca, e sta sempre lì. Non ho mai mangiato tanta frutta in vita mia.

David F. Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, Minimum fax

 

goljadkin @ flickr
 
Il colpo di scena che mi ha colpito di più è...
Arlington Road
The Others
The Game
Il sesto senso
The Vilage
Se7en
Psycho
Profondo rosso
Complesso di colpa
L'infernale Quinlan
Alien
La moglie del soldato
Risultati finali
Free Web Polls
 
A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
 


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Letteratura amica

Recuperare un libro della tua autrice preferita è come incontrare la tua vecchia compagna di liceo dopo dieci anni e accorgerti che in realtà il tempo non è passato e che davanti ad una tazza di the riuscite a chiacchierare con la stessa scioltezza dei vostri diciotto anni.
Prendere in mano Powerbook è stato per me come incontrare una vecchia amica e trovarmi perfettamente a mio agio. L’incipit è degno dei migliori romanzi della Winterson, il romanzo inizia con una favola. Poi scivola nella realtà, un’altra vicenda di tormentato, difficile amore lesbico. L’assolutezza dell’amore sopra ogni cosa.
“Di cosa parlano i tuoi romanzi?”
“Desiderio. Limiti.”
Un dialogo del romanzo che vale per tutti i suoi romanzi.
In realtà, in questo romanzo sono proprio i dialoghi il punto più zoppicante. Poco plausibili, come in tutti i suoi romanzi, si perdono spesso fino a non far più comprendere quale delle due donne stia dicendo cosa. Più degli altri, questo è un romanzo fortemente erotico e sensuale. Che sia un amore lesbico è assolutamente secondario. Tutt’intorno ci sono Parigi, Capri e Londra. C’è la surrealtà che la Winterson è in grado di creare. Insieme al suo lirismo. Il lirismo purtroppo però non tiene su tutto il romanzo. Ci sono abissali cadute involontarie. Può fare di meglio. Spero ardentemente lo faccia nel prossimo romanzo.

Jeannette Winterson - Powerbook, Oscar Mondadori 2002








31/10/2003 13:15
lise.charmel a proposito di

copyright bohLa fiera delle ambiguità

Avevo evitato di leggerlo perché tutti mi dicevano che era una roba malriuscita, incompleta, in definita brutta e non volevo rovinare uno dei miei miti letterari. Ora vorrei dire a questi tutti che si sbagliavano, e di grosso. Questo libro è un altro capolavoro. Sto parlando di Glamorama. Sto parlando di Bret Easton Ellis. Sapete com'è? Col passare degli anni uno si dimentica di certe letture. Si dimentica di quanto siano state fondamentali. Ci si lascia trascinare nei flutti dell'hype. Dei vari post e avant di turno. Con Glamorama, invece, ho finalmente messo le cose in chiaro. Una di queste è che Ellis è stato, è e continuerà a essere uno dei miei scrittori di riferimento. Non riesco a trovarne molti che mi sappiano come lui risucchiare nelle pagine. Di contemporanei solo Houellebecq, Wallace e Pincio, direi. E, con altrettanta difficoltà, riesco a trovare autori che sappiano descrivere con la sua stessa lucidità il fango rilucente in cui ci siamo abituati a sguazzare.
Glamorama è un libro ambientato nel mondo dell'alta moda, che Ellis individua come snodo zenithale dell'essere contemporaneo. L'inizio è annichilente. Nelle prime duecento pagine si sprofonda in un delirio descrittivo/classificatorio che arriva a esiti felicissimi, addirittura migliori di quelli raggiunti con "American Psycho". Liste d'invitati, nomi, pagine e pagine riempite esclusivamente da nomi di persone "famose". Poi, la discesa che è una specie di viaggio al centro della terra e che è anche un viaggio al centro dell'Io. Un Io che non può che essere schizofrenico, ambivalente, irreale e ubiquo, perché è l'Io di noi uomini e donne che in questo momento ci troviamo a essere da tutte le parti e da nessuna parte. Molti hanno parlato di uno stacco netto a metà libro. Io questo stacco non ce l'ho trovato, o se vogliamo, ce l'ho trovato, ma lo giudico assolutamente funzionale alle intenzioni, a quello che Ellis ci vuole comunicare, e cioè: la dispersione, lo spaesamento, il non sapere cosa si è e nemmeno cosa si vuole essere. Da questo punto di vista, se addirittura Palahniuk viene considerato un "grande" scrittore, allora Glamorama dovrebbe essere letto e riletto, e assurgere allo status di "classico".
Al di là della trama, comunque, il dato fondamentale che emerge nella scrittura di Ellis è ancora una volta l'ambiguità, carattere che distingue anche la scrittura di Houellebecq e che molti imbecilli si ostinano a chiamare compiacimento. Ecco, credo che l'ambiguità di questi tempi sia davvero l'unico strumento possibile di interpretazione della realtà. La nostra realtà. Come non accettare, infatti, l'attrazione (pur eticamente disdicevole) che esercitano su di noi le merci esposte negli scaffali? Come non ammettere che il mondo finto che viene proiettato dai catodi delle nostre televisioni, sia un mondo bellissimo, cioè il mondo in cui ciascuno di noi vorrebbe vivere? Ellis riesce a trasmettere alla perfezione questa pulsione. Ce la inietta sotto pelle e la fa crescere come se fosse un virus terribilmente vorace. Giusto per farci capire che siamo cattivi e che bisogna che ce lo diciamo, che ce lo ricordiamo.
Dammi tre parole che non sono cuore sole amore, ma Prada, Prada, Prada.

Bret Easton Ellis - Glamorama, Einaudi 2002








28/10/2003 12:49
ilfidanzatodivivi a proposito di

copyright bohCiak! Azione (e reazione)

C'è qualcosa di pericoloso in questo cinema, pericoloso anche se la tua predisposizione è farti un venerdì sera senza impegno, un venerdì sera condito da birra e canne e un filmetto che ti sei rifiutato di vedere a cinema, ma che ora puoi rispolverare in dvd. L'intenzione è più o meno la stessa intenzione che ti porta a noleggiare un porno, solo che in questo caso invece di farti le seghe, vuoi farti semplicemente quattro risate (alle spalle dell'autore presunto tale). Risultato? Impossibile ridere e pure sfottere. Questo "Ricordati di me" ha risvegliato in me una pulsione barricadera che era rimasta sepolta sotto le macerie del mio nichilismo da iperconsumo culturale tipico dei fan quasi trentenni di David Lynch. Perché? Semplice. Muccino è il regista più fascista che l'Italia ha e ha avuto da sempre. I suoi film sono pericolosi. Sono terrorismo allo stato puro. In "Ricordati di me", infatti, il luogo comune (che, badate bene, non è archetipo) assurge come una specie di aleph prismatico che attraversa il mondo e lo interpreta. Le più sfacciate banalità vengono declamate e recitate come grandi e indispensabili verità. Il sempliciottismo, e quindi di riflesso il berlusconismo, trionfano, per sempre. Attenzione perché queste operazioni, al contrario di quello che ci vorrebbero far credere, non hanno niente a che fare col cinema commerciale americano. Lì la finzione, anzi la fiction, è l'elemento imprescindibile del gioco, tutto cioè è dichiaratamente finto e senza pretese e il narrare diventa esso stesso un gioco, un gioco in cuoi puoi immergerti o escluderti a tuo piacimento. Qui, invece, non c'è nessun gioco, qui si fa sul serio, qui ci si vuole dire come va la vita, come funziona, perché succedono certe cose. Tra l'altro il tutto è accompagnato da una recitazione a dir poco imbarazzante: dove la peggiore in assoluto si dimostra questa Laura Morante isterica e gridona con la mano destra sempre fuori posto, ma anche il piccolo fratellino ci mette del suo e pure Bentivoglio e la scasciata Belucci, tanto che alla fine, paradossalmente, il migliore del lotto risulterà Taricone Pietro che quasi giganteggia.
Il grosso guaio, il più grosso di tutti, è che questi sono i film che piacciono alla generazione dei nostri rimbecilliti genitori ex-sessantottini. Loro che da ragazzi sono cresciuti con Bellocchio e Bertolucci (a breve la recensione di "The dreamers"), autori ormai lontanissimi dalla loro generazione e vicinissimi, caso strano, alla nostra, loro, dicevo, apprezzano, eccome, Muccino. Speriamo almeno che a cinquant'anni non saremo così.

Gabriele Muccino - Ricordati di me, Italia 2003






20/10/2003 12:40
ilfidanzatodivivi a proposito di

copyright bohLa teoria del vuoto

La prima buona notizia è che, dopo la sbornia hollywodiana, Van Sant è ritornato al cinema "indipendente", cinema nel quale si era dimostrato maestro con due perle quali "My Own Private Idaho" e "Drugstore Cowboy". La seconda è che "Elephant" è un gran bel film, addirittura il film più bello uscito sugli schermi nel 2003 (almeno fino a ora). La trama, lo sanno tutti, prende spunto dai fatti di Columbine. Ma è solo uno spunto appunto. In realtà il film è la rappresentazione di una giornata "normale" in un qualsiasi liceo americano. Nella mischia, la telecamera individua cinque, sei, sette soggetti altamente rappresentativi e li segue nei loro percorsi mentali e fisici combattendo contro il tempo e tornando indietro, avanti, indietro e poi di nuovo avanti (il montaggio è straordinario). C'è il bel biondino strafottente con il padre ubriacone, c'è il tipo sensibile che fa le foto, c'è la ragazza brutta e timida che si rifiuta di fare educazione fisica, c'è il bello della scuola che passeggia mano nella mano con la bella della scuola, e le tre bulimiche che vanno nel cesso a vomitare dopo aver mangiato una foglia d'insalata a testa. Cioè? Cioè, in sostanza, il vuoto. In questa atmosfera da pace di sensi, di sensi pacificati da dosi massicce di Xanax (la luce cioè la fotografia è un'altra cosa straordinaria), c'è il vuoto, la banalità della noia e, quindi, del male. Si, perché a un certo punto, ci sono questi due fanatici di sparatutto in soggettiva che sparano a tutti con assoluta nonchalance come se si trattasse, appunto, di un videogioco. "Elephant" non è un film moralista, e nemmeno uno di quegli insopportabili film a tesi, non offre spiegazioni, né soluzioni, ci mostra le cose così per come sono: incomprensibili eppure comprensibilissime, assurde e assolutamente normali, semplici ma terribilmente complicate...

Gus Van Sant - Elephant, USA 2003





13/10/2003 11:57
ilfidanzatodivivi a proposito di

La iena

Mi cimenterò adesso nella recensione di un film non ancora visto. Si vocifera infatti che Quentin Tarantino sia "finalmente tornato" dopo lunghi "sei anni di silenzio" e che il suo nuovo "capolavoro", in uscita il ventiquattro ottobre, sia stato diviso in due parti di novanta e passa minuti ciascuna, per logiche commerciali. Lui, Quentin, al di là del fenomeno culturale che lo coinvolge da quando quel giorno decise di mettersi a fare cinema dopo una vita passata a sommergersi di videocassette, è uno dei miei autori preferiti, soprattutto per quel bellissimo melodramma noir che porta il nome di "Jackie Brown", classe 1997; un vero capolavoro, questo sì, l'ultimo in ordine di tempo firmato da Tarantino in regia e sceneggiatura, un film che solo un giovane talento genuino e folle come lui avrebbe potuto concepire. Niente di strano, per carità, o di clamorosamente sovraccaricato come "Pulp Fiction", anzi: un film in cui la violenza è mostrata fuori campo e in cui trova spazio persino una straordinaria storia d'amore.
Ecco, mi piacerebbe che "Kill Bill" non fosse semplicemente quel marchingegno pirotecnico di botte, sangue, insulti e effetti speciali che i media stanno tentando di propagandarci cavalcando indisturbati l'onda distorta che, lo sappiamo, il fenomeno "Tarantino" porta con sé. Anzi, sono sicuro che sarà ben altro: Quentin mi stupirà con un'altra sceneggiatura perfetta, matematica come una partitura barocca. Vedrò una Uma Thurman in stato di grazia, come sempre bellissima nella sua provocante eleganza, affiancata da una folgorante Lucy Liu ormai all'apice della carriera. E già immagino due straordinari Daryl Hannah e David Carradine, ripescati dal letargo a cui li aveva costretti hollywood, macchina dei sogni cattiva meravigliosa e implacabile i cui meccanismi Tarantino ha sempre dimostrato di conoscere alla perfezione. E lui? Lui metterà in scena questo stralunato western di arti marziali con la solita genuina passione, il gusto per la contaminazione, la citazione, il ritmo sincopato, i dialoghi al di sopra delle righe. Lo farà, ne sono sicuro, con il suo consueto, classico, imprevedibile genio violento. Un'ultima cosa: visitate il sito ufficiale (kill-bill.com), è veramente stupendo.

Quentin Tarantino - Kill Bill, Miramax - A Band Apart, 2003




11/10/2003 00:34
goljadkin a proposito di

Caccia al ladro

L'argomento è: Radiohead. Cioè, cosa? Chi sono i Radiohead? I cinque qui a fianco. E poi? "Hail to the thief" è il loro sesto album. Ma cos'è? L'avete sentito? Questo non è rock, post-rock, indie o tutte quelle cavolate lì. Tom Yorke non è un cantante, o - peggio - un essere umano. I cinque qui a fianco sono scarabocchi disegnati da una mente superiore. Con la m e la s maiuscole. Non esistono. Oggi. "Hail to the thief", assieme con "Amnesiac" e "Kid A", dimostra come si può essere anni luce avanti agli altri con un paio di chitarre una batteria un basso un pianoforte e una voce. Prima dei Radiohead esisteva un paradigma: strofa-bridge-ritornello. Con esso Tom Yorke, nel '92, aveva concepito una delle più straordinarie power ballad di quel decennio, tanto semplice nella struttura quanto il suo nome: "Creep". I Radiohead erano balzati in testa alle classifiche e le riviste di musica li avevano collocati sugli scaffali del brit-pop distrattamente quanto può esserlo una massaia che sistema il basilico accanto alla maggiorana e al rosmarino. Così, mentre Oasis e Blur giocavano a imitare i Beatles, Tom Yorke - con tutti i soldi fatti - costruiva la macchina del tempo.E oggi i Radiohead risiedono nel futuro; qualche anno, forse decennio, più in là. E, in qualche modo, ci fanno pervenire la loro idea di musica, quella che un giorno suonerà come vecchia, copiatissima, inflazionata, ma che adesso è quanto di più straordinario possa offrire il rock o quello che il rock sarà quando non avrà più paradigmi.

Radiohead - Hail to the thief, Capitol 2003.

07/10/2003 19:45
goljadkin a proposito di

copyright bohTragedie greche su piccolo schermo

Odio gli americani. Non è una questione ideologica. Li odio semplicemente perché sanno fare le cose meglio di chiunque altro. Sto parlando di cinema (commerciale e indipendente), narrativa, televisione. Già, la televisione. Il fatto è che recentemente ho comprato un Mivar 25 pollici e sono diventato teledipendente. Così ieri sera, per la prima volta in vita, mi sono sorbito "E.R." e, sapete?, sono rimasto di sasso, abbagliato da cotanta sapienza scritturale, convinto che nessuno in Italia e in Europa sarebbe in grado di produrre una serie di questo spessore. "E.R." rasenta, infatti, la perfezione televisiva. Questione di soldi? Forse, certo gli americani di soldi ne hanno parecchi, ma non credo si tratti solo di questo. Io credo, invece, che si tratti soprattutto di scrittura, di regole e di studio scientificamente applicato. "E.R." è una specie di manuale live su come scrivere storie e personaggi. T'incuriosisce, ti blandisce, ti fa sembrare tutto più vero del vero. La MdP, ansiogena, gira vorticosamente e attraversa i volti di questi attori (tutti bravissimi) e ti fa entrare nelle loro vite, nei loro drammi, nelle loro emozioni. L'obiezione che sento più spesso in proposito è: "si, ma gli americani sono moralisti, nelle loro caratterizzazioni non ci sono sfumature", un'obiezione senz'altro stupida. Quelli che fanno queste obiezioni non ci hanno capito un cazzo. Gli americani lavorano sugli archetipi esattamente come facevano i greci con le loro tragedie. È per questo che le cose che scrivono per il cinema (commerciale) e la televisione funzionano alla grande (e sfido chiunque a dire che un qualsiasi film d'amore con la Julia Roberts o la Sandra Bullock di turno non funzioni alla grande). Forse i personaggi non sono reali, ma non è questo che importa. I personaggi rappresentano un archetipo, un archetipo che proprio perché è un archetipo ci porta al coinvolgimento immersivo, in questa specie di solidarietà empatica da immedesimazione. Che poi non è altro che la base su cui si fonda tutta la filosofia dell'intrattenimento.

E.R. Medici in prima linea – ogni lunedì alle 21 su Rai Due.





07/10/2003 11:50
ilfidanzatodivivi a proposito di

copyright bohPuzza di sangue

Vi consiglio di non perdervi quest'esperienza. Andate in edicola e per soli otto euro e novanta centesimi accaparratevi "The Addiction" in dvd. È uscito nella rozza collana "Horror", ma, ovviamente, è tutto fuorché un horror. E allora cos'è (mi chiederete)? Fondamentalmente questo (rispondo): il primo è unico film espressionista di Abel Ferrara; un trattato particolarmente complesso su etica e morale; un conturbante pamphlet sulla dipendenza (su ogni forma di dipendenza); la mostra delle atrocità di un ultra-cattolico fallito. Ma anche di più. "The Addiction" è sostanzialmente, insieme a "Blackout", la summa del cinema ferrariano. Un cinema secondo alcuni eccessivamente intellettualistico, ma che per il sottoscritto rappresenta una delle vette raggiunte nella produzione di senso del contemporaneo. Ferrara, infatti, insieme a Lynch, Cronenberg, De Palma, Friedkin, Carpenter è uno di quei pochi che si ostinano a chiedersi che senso abbia fare cinema oggi. E lo fa senza infingimenti. Senza nessuna strizzatina d'occhio. Mantenendo, però, una potenza straordinaria. Per questo forse le immagini di questo film continuano a rimbalzare sulle pareti della mia calotta cranica: le strade di New York in sottofondo hip-hop, gli interni squallidi e deprimenti, i liquidi in chiaroscuro che macchiano pavimenti e vestiti, e, sullo sfondo, i reperti disturbanti dell'Olocausto.
Dimenticavo, "The Addiction" è un film sui vampiri.

Abel Ferrara - The Addiction, USA 1994.






06/10/2003 11:45
ilfidanzatodivivi a proposito di

Unos, dos, tres

Sapete, quest'opera -esima di Ridley Scott, tornato alla grande dopo l'inutile sbornia di kolossal in cui si era impelagato, va scoperta a poco a poco, gustata a piccoli sorsi. Eppure, sì, sembrerebbe una cazzata, l'ennesima storia del truffatore-buono maniaco della pulizia e dell'ordine, campionario ambulante di ossessioni compulsive, tic e nevrosi, che scopre di avere una figlia quattordicenne che non si toglie le scarpe per camminare sulla moquette. E invece "Il genio della truffa" stupisce per la scrittura puntuale dei personaggi, incanta per la fotografia in controluce, trascina per l'interpretazione eccellente di tutti gli attori e tira via più di un applauso per la direzione senza-una-piega del bentornato Scott, per la prima volta impegnato in una commedia low-budget che fa i conti con lo Spielberg di "Prova a prendermi" superandolo in intelligenza e senso della misura. Pur godibilissima, la crime-story di Leonardo Di Caprio era sparata a mille, grondante di hollywood e di star system, eccessivamente virtuosistica, raffinata e - tutto sommato - politicamente corretta. Questa di Nicolas Cage è raccontata a bassa voce, sussurrata, e la macchina da presa di Ridley Scott scivola sui personaggi con misura, scontornandoli dinanzi a riflessi e bagliori di luce accecanti. Non voglio raccontarne la trama, è bella così com'è, intoccabile come la moquette di Roy. Né voglio dirvi che c'è uno splendido colpo di scena finale. Rischierei di imbrogliarvi.

Ridley Scott - Il genio della truffa, USA 2003.



06/10/2003 01:11
goljadkin a proposito di

copyright bohL'epica del Tavor

Poi viene il tempo in cui ti metti a comprare i dischi che ti piacevano quando avevi diciassette anni, quelli che magari avevi in cassetta, o che hai perso nel corso di uno dei numerosi traslochi fatti. Penso che lo fai sostanzialmente per due motivi: 1) quei dischi ti piacevano proprio parecchio; 2) desideri tornare a quei tempi gloriosi, tempi di seghe e bedroom memories. Così da qualche mese mi ritrovo a riascoltare quello che non esito a definire il capolavoro della musica di tutto il decennio novanta. Sto parlando di "The downward spiral", l'incubo meglio riuscito di Trent Reznor. Costo: quindici euro. Risultato: incredibile. L'unico disco (insieme ai "Selected Ambient Works 85/92" di Aphex Twin) che continua a sorprendermi da dieci anni. Parafrasando Badly Drawn Boy questa è la colonna sonora della mia vita. E allora nei miei piovosi pomeriggi mentali di periferia mi stendo sul letto e ascolto l'ossessione, il sangue, l'orrore del presente. Si, perché proprio di questo ci parla la musica di Reznor, del viaggio pazzamente psichedelico che viviamo tutti i giorni nella condizione di uomini contemporanei. Chiudo gli occhi e vedo lontano: un fast food su una strada provinciale americana; una ragazza che sotto la tettoia neonizzata mangia un Donkin' Donuts sorseggiando Cherry Coke; qualcuno la sta osservando; è un uomo pallido con la faccia da bravo ragazzo; si chiama Jeff; la sta seguendo; è la sua prossima vittima; la quindicesima...
I want to fuck you like an animal
I want to feel you from the inside
I want to fuck you like an animal
My whole existence is flawed
You get me closer to god
You can have my isolation, you can have the hate that it brings
You can have my absence of faith, you can have my everything
Help me tear down my reason, help me its' your sex i can smell
Help me you make me perfect, help me become somebody else

Nine Inch Nails - The downward spiral, Interscope 1994.














03/10/2003 12:27
ilfidanzatodivivi a proposito di


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