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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.
 
Lei conosce Trakovskij solo da qualche immagine ferma, in realtà, visto che una volta si è addormentata durante la visione di Stalker, soccombendo a un'interminabile panoramica della cinepresa che scendeva verso il primo piano di una pozzanghera su un pavimento a mosaico dissestato. Ma lei non è tra quelli che pensano che ci sia qualcosa da guadagnare dall'analisi delle ipotetiche influenze subite dall'artefice. Il culto delle sequenze è disseminato di sottoculti, che rivendicano ogni possibile influenza. Da Truffaut a Peckinpah a... Gli appassionati di Peckinpah, tra i più improbabili, aspettano ancora che vengano estratte le pistole.

William Gibson, L'accademia dei sogni, Mondadori


C'è poi una scrivania di smalto bianco che funge anche da toeletta e un tavolo rotondo di vetro sul quale è poggiato un cesto pieno una volta di frutta fresca e l'altra di bucce e scarti vari della medesima. Non so se è un'abitudine o se si tratta di un subdolo extra per accattivarsi il giornalista, ma ogni volta che mi allontano dalla cabina per la proverbiale mezz'ora torno e trovo un nuovo cesto di frutta coperto da un aderentissimo cellophane blu poggiato sul tavolo di vetro. E' frutta buona, fresca, e sta sempre lì. Non ho mai mangiato tanta frutta in vita mia.

David F. Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, Minimum fax

 

goljadkin @ flickr
 
Il colpo di scena che mi ha colpito di più è...
Arlington Road
The Others
The Game
Il sesto senso
The Vilage
Se7en
Psycho
Profondo rosso
Complesso di colpa
L'infernale Quinlan
Alien
La moglie del soldato
Risultati finali
Free Web Polls
 
A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
 


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copyright bohSalto nel buio

È un'esperienza tutta mentale questo "Murphy" primo tra i pochi romanzi scritti da Samuel Beckett. Non sono qui per recensirvelo, semmai per raccontarvelo. La storia inizia con un inizio dirompente: "Splendeva il sole, non avendo alternative, sul niente di nuovo". E continua, curvata da una lingua non semplicissima, altrettanto splendidamente. Murphy, personaggio indolente, apatico, principe della speculazione filosofica e dialettica, ne è il centro. Per meglio dire i suoi pensieri, il suo grottesco agire è oggetto di una stramba indagine antropologica condotta dallo stesso protagonista e dai personaggi che lo circondano. Tutti sembrano in balia di loro stessi e di Murphy che, però, non fa nulla per far si che le cose vadano in questo modo. È così si srotola questa specie di commedia degli equivoci senza equivoci, sempre sul punto di esplodere e errabonda in uno spazio che non è uno spazio fisico facilmente identificabile (nonostante l'autore ci indichi strade e piazze di Londra), perché è uno spazio che sembra il cervello di Murphy, le pieghe e gli anfratti della sua scatola cranica cioè. La traduzione, curata da Gabriele Frasca, riparte dall'originale inglese, nonostante l'autore avesse prodotto una successiva versione francese (con parecchie variazioni, pare) che considerava quella definitiva. Non è una lettura scorrevole, ma fa parte di quelle letture che rimangono. E poi ha dei momenti assolutamente esilaranti. Lo consiglio viv(i)amente.

Samuel Beckett - Murphy, Einaudi 2003





28/11/2003 13:43
ilfidanzatodivivi a proposito di

copyright bohBambini onirici

Ho bisogno di esagerare. Allora esagero: questo film è un capolavoro. E non si capisce davvero cosa si siano calati tutti quelli che hanno innescato la polemica sulla sua vittoria a Venezia. In Italia film così non se ne faranno mai. La capacità immaginifica e universale, senza tempo e luogo, noi non ce l'abbiamo. Noi abbiamo sempre bisogno d'immergerci in un contesto. Quello storico, quello socio-politico, quello generazionale. Noi non siamo capaci di sognare, cioè. E si, perché questo "Il ritorno" è proprio un sogno, un sogno senza tempo e luogo appunto. E, come un sogno, non è operazione semplice interpretarlo, se non ricorrendo ai soliti schemi freudiani dell'Edipo. Ma questi schemi non bastano nemmeno a sfiorare il senso complessivo di un'opera così complessa. Basterà dire allora che siamo di fronte a un cinema d'intensità rara. A un cinema che tocca corde profondissime, soprattutto corde che riguardano la nostra infanzia e, in particolare, la sofferenza di chiunque sia stato bambino almeno per un attimo. E, finalmente, di fronte a un cinema di grandi immagini, di grande fotografia, di grande talento visivo. Del resto, vi basterà guardare i primi cinque minuti per capire dove siete finiti...

Andrey Zvyagintsev - Il ritorno, Russia 2003





24/11/2003 11:59
ilfidanzatodivivi a proposito di

copyright bohCatastrofi

Forse è stupido mettere insieme due libri in un'unica recensione, ma se lo faccio è perché ho una ragione. Sono libri diversi per stile, per idee, per tutto quello che c'è dietro. Uno è il libro d'esordio di un autore affermatosi successivamente, l'altro l'ultima opera di un autore già ampiamente affermato. Uno è stato scritto da un trentenne, l'altro da un ultrasessantenne. E dunque (mi direte)? E dunque nonostante questo, nonostante tutto, questi due libri parlano esattamente della stessa cosa. Di catastrofi cioè. “Cosmopolis” l’ultimo romanzo di Don DeLillo (e, azzardo, il suo migliore insieme a “Underworld”) narra, in sostanza, la fine del mondo. Cioè: la fine di un mondo soggettivo con, sullo sfondo, quello oggettivo che collassa e crolla su sé stesso. In uno scenario che le parole disegnano con un bianco agghiacciante, un broker multimiliardario si aggira con la sua iperaccessoriata limousine per le strade di una New York in piena apocalissi. E’ la storia, se di storia si può parlare è, praticamente, una lunga, lunghissima discesa negli inferi, cioè la perdita progressiva di qualsiasi riferimento, la dissolvenza della realtà materica e, in qualche misura, la distruzione totale di tutto e di tutti, persino dei pensieri. Allo stesso modo, “Estensione del dominio della lotta”, primo romanzo di Michel Houellebecq, è un romanzo sulla caduta e sull’autodistruzione di un uomo: un programmatore informatico che cade, nemmeno tanto lentamente, in un baratro di angoscia e desolazione. Come al solito, lo scrittore francese è bravissimo a classificare e descrivere l’uomo medio occidentale. Il suo sguardo tagliente e profondissimo è talmente a fuoco che nella nostra immaginazione il libro diventa una rassegna di quei volti tristi e inespressivi che scorgiamo in metropolitana o di persone che ci sembra di conoscere, forse proprio noi stessi. Ma soprattutto, è magistrale la trascrizione di un sentimento estremamente difficile da trascrivere, quello che chiamerei “la disperazione della normalità”, vale a dire la disperazione della vita di tutti i giorni, la tragedia dell’andare in ufficio, o di intrattenere rapporti di qualsiasi tipo. Che diventa lotta contro la solitudine. Come in DeLillo, è fondamentalmente per questo che li ho accomunati, è la solitudine a fare la parte del leone. E in tutti e due, quella che in un primo momento sembra essere una domanda, diventa pian piano una certezza. “Siamo tutti soli?” cioè, si trasforma in “Siamo tutti soli”. Proprio una catastrofe. Ecco, vi consiglio veramente di leggerli. Credo sia uno dei pochi modi per capire veramente dove siamo e cosa stiamo facendo in questo momento.

Don DeLillo - Cosmopolis, Einaudi 2003
Michel Houellebecq - Estensione del dominio della lotta, Bompiani 2002







21/11/2003 17:55
ilfidanzatodivivi a proposito di

copyright bohUn altro mondo

È un gioiello. Un'opera d'arte nel senso letterale del termine. Un incastro di quadri in movimento (lento). Sto parlando de "L'uomo senza passato" di Aki Kaurismaki uscito nella sale l'anno scorso e ora riproposto in dvd. Ecco, ho davvero la sensazione di aver assistito a qualcosa di completamente nuovo e rivoluzionario, cioè a un esperimento visivo mai sperimentato. E, l'altra sera, alla fine del film, sono andato in fibrillazione. Non mi succede quasi mai. L'ultimo film che mi ha dato questa sensazione è stato "Mulholland Drive". Sono contento, anche se contento non è proprio il termine adatto. Inizia così: un uomo è su un treno che lo sta portando da qualche parte. Arriva alla stazione. Si siede su una panchina. Viene aggredito e perde la memoria. Da qui in poi cambia tutto. Ci si immerge in un sogno che non è un sogno, in una dimensione dove il male umano è stranamente anestetizzato da qualcosa che non si capisce cos'è. Forse proprio l'assenza di ricordi, di storia, di passato. Una dimensione fatta di quadri (scene) che si susseguono strambe e colorate, e in cui i personaggi rigidi, quasi in rigor mortis, recitano dialoghi surreali ma straordinariamente intensi e umani. È bello, terribilmente bello, trovarsi di fronte a un'opera che ha la capacità di costruire un mondo immaginario, un mondo tutto di fantasia, dove le cose che succedono sembrano regolate da leggi fisiche e psichiche altre. Quando succede, capisco la bellezza del cinema, modifico le mie scale di valori, mi ricordo degli autori che riescono a trasportarmi altrove, nel loro mondo cioè. Che è un altro mondo, ma pur sempre il nostro.

Aki Kaurismaki - L'uomo senza passato, Finlandia 2002





18/11/2003 13:38
ilfidanzatodivivi a proposito di

copyright bohCharlotte e i suoi demoni

È una stagione cinematografica davvero esaltante quella che stiamo vivendo, con almeno cinque o sei titoli di altissimo livello presenti contemporaneamente nelle sale. Uno di questi, non una sorpresa visto che Nepoti ne aveva parlato malissimo, è l'abbagliante "Swimming Pool". Di Ozon avevo visto "Sotto la sabbia" che con "Swimming pool" ha non pochi punti di contatto e mi era piaciuto molto. Poi ero passato a "Otto donne e un mistero" che, al contrario, mi aveva deluso moltissimo. Ecco, ora con questo suo ultimo lavoro Ozon ha risolto tutti i miei dubbi, confermandosi uno che sa fare grande cinema, e gettando definitivamente quella specie di musical melenso nel cestino, per poi fare clic su "svuota". Il giallo, con sottofondo inquietantissimo, è, come al solito, solo un pretesto, visto che questo film è un film sulla creazione, sulle possibilità infinite di intreccio tra realtà e finzione, sul sogno come strumento di redenzione. E allora le immagini che scorrono con variazioni impercettibili procedono a svelare progressivamente i corpi di queste due donne, una Charlotte Rampling strepitosa e una giovane Ludivine Sagnier altrettanto brava (e arrapante). Le loro nudità rappresentano rispettivamente il presente e la memoria che in questa specie di spazio metafisico si ritrovano a fronteggiarsi in un battaglia violentissima che vede la vittoria dell'Idea sulla Prassi. In questo spazio si aggirano anche come fantasmi (appunto) i riferimenti linguistici che Ozon utilizza esplicitamente e senza nessuna volontà d'infingemento. La lezione di Hitchcock (cui rimanda anche la bella colonna sonora) innanzitutto, ma anche sprazzi dei maestri francesi, Resnais, Rohmer, Truffaut e Godard. Io dico che è davvero un film da vedere, ma decidete voi: se volete passare due ore inquiete, se volete tornare a casa e, per un volta, continuare a pensare alla grana delle immagini che vi sono appena passate davanti agli occhi magari canticchiando tormentosamente il tema della colonna sonora, se volete rispolverare l'idea che avevate a proposito di un certo cinema "europeo", non potete non andarci. Anzi facciamo una cosa, non decidete, andateci direttamente.

Francois Ozon - Swimming pool, Francia 2003





17/11/2003 13:37
ilfidanzatodivivi a proposito di

Gli altri

C'era una volta il genere. Il genere horror, quello fantascientifico, il fantasy, il gangster, l'action movie. Terreno di sperimentazione, innovazione stilistica, fucina di idee e di virtù. Ma da qualche tempo a questa parte la tendenza che accomuna la quasi totalità dei film di genere degli ultimi anni è il ricorso, a mani e testa basse, ciascuno al proprio paradigma di riferimento. E non c'è dubbio che "Matrix" lo sia diventato per il cinema d'azione e "Il sesto senso" per l'horror, col risultato che oggi assistiamo a molte produzioni più o meno uguali, ricorsive, restie ad esplorare nuovi territori e poco coraggiose nel fare delle scelte che non siano politicamente corrette. Non sfuggono a questa regola film recentissimi come "Cabin Fever" e "They - Incubi dal mondo delle ombre", né le nuove proposte dell'ormai florido cinema spagnolo, al quale almeno si deve il tentativo - con "The Others" prima, e "Nameless" e "Darkness" poi - di rinnovare lo stile con soluzioni non convenzionali nella forma ma povere nei contenuti. Dispiace perciò ascoltare battute strasentite come "stanno venendo a prendermi" o assistere alle vicende della solita famigliola di neo-traslocati in una villa lontana dalla città con figlia sensitiva a seguito, o di un gruppo di teenager sottili ed emaciati nel cottage di turno isolato nel bosco. Ma, mentre "The Others" (2001, Alejandro Amenabar) si limitava a prendere in prestito da "Il sesto senso" l'idea dei fantasmi umanizzati e bisognosi d'affetto, "Darkness" - diretto da Jaume Balaguerò e prodotto da Brian Yuzna (che molti ricorderanno come il regista di "Society", uno degli horror più straordinari del secolo) - addirittura fa incetta di stereotipi senza ritegno alcuno e, pur presentandosi in una veste assolutamente godibile e con un cast interessante, non riesce a distinguersi nemmeno un po'. Non è diverso il caso di "They - Incubi dal mondo delle ombre": proposto la scorsa stagione da Wes Craven (uno che gli stereotipi li ha inventati, rielaborati, riproposti con ironia) e diretto da Robert - The Hitcher - Harmon, fa leva (come "The Others") sulla più antica delle paure, quella del buio, rivisitata - neanche a dirlo - nei solchi della formula "Scream", quella cioè degli studenti universitari che crescono ma si lasciano dietro strani problemi che non riescono a metabolizzare e perciò si ripresentano poco prima della tesi. In certe scene, poi, "They" finisce per fare il verso a "Incontri ravvicinati del terzo tipo", ma anziché nascondere, palesa, e così quello che ci fa paura non è il non-visto, non è il buio, ma quello che vediamo, insettoni così poco credibili che strisciano come tanti piccoli Alien sulle pareti buie di casa e sui fogli di una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti. Poi, però, che succede? Succede che ti svegli un paio di giorni dopo e pensi al film, scopri che ti è restato dentro, che l'idea di quei mostri che scricchiolano e sussurrano nel buio forse non era poi così male, perché un paio di salti dalla sedia tutto sommato li hai fatti. Ma è lo stesso effetto che mi dà ancora "Il sesto senso", e niente mi farà credere che non sia un film sopravvalutato.

Robert Harmon - They - Incubi dal mondo delle ombre, Usa 2002.

16/11/2003 18:25
goljadkin a proposito di

copyright bohA proposito di un certo cinema americano

C'è una tendenza che accomuna alcuni più o meno piccoli (da un punto di vista produttivo) film usciti negli USA nell'ultimo paio d'anni. È una tendenza che fonde un realismo minimo, quotidiano, con l'aspirazione a spiegare la contemporaneità. Una tendenza che parte dalla provincia americana, dalle stazioni di servizio, dai drugstore e arriva dritta alla solitudine, al vuoto esistenziale dell'uomo medio occidentale, toccando, però, la "scottante" materia con leggerezza, con tenerezza quasi e con un sottofondo di surrealtà, o meglio, di iperrealtà. Di quali film sto parlando? Di "Ubriaco d'amore", per esempio, ma anche di "Secretary" (un gioiello che consiglio vivamente a tutti) e di questo "A proposito di Schmidt" che l'altra sera ho noleggiato in dvd. Basterebbe un Jack Nicholson in stato di grazia a fare di un film un film da vedere? Probabilmente si, Nicholson è davvero uno di quelli che il cinema lo fanno da soli, ma la buona notizia è che "A proposito di Schmidt", al contrario di quello che ero portato a pensare, non è solo Jack Nicholson. Girato con una specie di tocco magico da Alexander Payne, "A proposito di Schmidt" è un film vero innanzitutto, d'inesorabile tristezza, ottimamente recitato, leggero come un soffio, ma, nonostante questo, denso di cose che ti si aggrappano dentro. All'ombra dei grattacieli di città desolate, o avvolti dalle rassicuranti tappezzerie di un camper multiaccessoriato, o ancora immersi nello squallore finto divertito di un matrimonio di periferia, ci si continua a chiedere quale sia il senso delle nostre vite, e quanto forte l'inerzia che continua a spingerci avanti come biglie rotolanti su un pavimento di marmo. Non sono domande da poco. Soprattutto non sono domande a cui è possibile rispondere. Ma forse l'importante è solo continuare a farsele.

Alexander Payne - A proposito di Schmidt, USA 2002





12/11/2003 13:20
ilfidanzatodivivi a proposito di

copyright bohL'Antimateri@

Vale davvero la pena perdersi negli algoritmi che vagano funambolicamente in yugop. Vale la pena come vale la pena fare un viaggio in un posto assolutamente lontano e imprevedibile. Questo, infatti, è un altro mondo. Un mondo dove si accumulano esperienze e dove è possibile lasciare traccia di sé. Yugop, per chi non lo sapesse, è un sito giapponese, ma anche uno spazio a sé stante, atrocemente onirico e modificante. Gli alberi sono numeri, le parole vivono e si spostano, la comunicazione avviene tracciando linee immaginarie con il mouse. Andateci e fatemi sapere...

http://www.yugop.com





10/11/2003 18:26
ilfidanzatodivivi a proposito di

Welcome to the real world

E' imperdibile. Lo è la scena dell'attacco a Zion, le sentinelle come meduse agguerrite che sovrastano l'immenso acquario della città assediata, una sequenza di trenta minuti trenta, uno dietro l'altro, superba battaglia tra macchine e macchine, trivelle e robot, proiettili e granate, sangue e arena; se potessi scrivere le antologie del Cinema, vi farei entrare questa scena di diritto, immediatamente, senza il minimo dubbio. Matrix Revolutions sposta il proprio centro gravitazionale (è il caso di dirlo) dal mondo dei programmi a quello degli uomini "liberati", dei Morpheus-cittadini che difendono la città e se stessi con i propri corpi, ultimi baluardi di una resistenza giunta ormai al limite. Matrix Revolutions è imperdibile perché ha quel non-so-che di apocalittico, di post nucleare, di fantascienza molto poco (per fortuna) hi-tech e molto canottiere ingrigite e sudore, polvere e astronavi. Ed è un bene perché già il brutto (e inutile) Reloaded aveva finito per subire quella stessa estetica, ormai glamour e modaiola, che il primo fortunato episodio aveva fatto esplodere, scatenando in ogni campo dello scibile umano la rincorsa al bullet-time, al kung-fu e agli occhiali da sole dell'agente Smith. Certo, Revolutions non è un film perfetto: è recitato male ed è prolisso, e - ogni volta che può - vuole a tutti i costi prendere la via del filosofico, alla De Crescenzo per intenderci, e giù tutti a chiedersi "perché lì", "perché qui", "perché ha detto così" e "perché ha fatto così" in un mormorìo generale... ma cosa importa, è davvero necessaria quest'autopsia? Io, la storia, sono quattro anni che non l'ho ancora capita. L'Oracolo, il Merovingio, l'Architetto, l'ingegnere e il geometra... non mi ci ritrovo parecchio. La saga di Matrix è a tutt'oggi il più alto livello di tecnica cinematografica, e i Wachowski l'hanno applicata alla fantascienza con ironia, con gusto, con quell'eleganza infantile che dimostrano mentre si rotolano sul set assieme agli attori, il tutto filtrato da quella loro cultura-pop che viaggia tra fumetto e dragonball, un senso del ritmo che, vogliate o meno, ha fatto scuola e un pizzico di cafoneria che non guasta mai. Ditelo all'agente Smith.

Andy e Larry Wachowski - The Matrix Revolutions, Usa 2003.







07/11/2003 00:29
goljadkin a proposito di

copyright bohDue ore (scarse) vissute pericolosamente

Non sono un tarantinato, cioè un tarantiniano della prima ora. E nemmeno della seconda. Si, alcuni suoi film mi sono piaciuti, ma non sono inquadrabile nella categoria "fan". Forse è perché ho sempre ritenuto Tarantino privo di quella potenza prometeica e di quel perverso inquietante tocco posseduto dai registi di cui, invece, sono fan. Insomma, sottoscriverei volentieri questa dichiarazione di David Foster Wallace: "A Quentin Tarantino interessa guardare uno a cui stanno tagliando un orecchio; a David Lynch interessa l'orecchio.". Secondo me riassume tutto quello che c'è da dire a proposito di Tarantino (e anche a proposito di Lynch). Tuttavia, questo "Kill Bill", di cui possediamo sul blog una splendida recensione "a scatola chiusa", è davvero un film da vedere. Se non fosse per la brusca interruzione che lo spezza dopo due ore scarse, potrei sbilanciarmi e definirlo senza alcuna remora il suo miglior film. Un film prima di tutto bello esteticamente. Strepitosamente estetizzante. Ma di quel tipo di estetica che t'impedisce di definirlo "modaiolo", nel senso che si capisce benissimo che, più che subirle, Tarantino le mode le fa. Sono pronto a scommettere, infatti, sulla produzione di centinaia di film-clone che interverranno successivamente e che, forse, stanno già intervenendo. A parte questo, comunque, ci sarebbero parecchie cose da dire. La contaminazione dei generi, che qualcuno si è spinto a definire "la fine dei generi", è il dato di sicuro più evidente. Io la chiamerei piuttosto "fame dei generi". In "Kill Bill", infatti, i generi sono cannibalizzati e finiscono per mangiare loro stessi, fino al parossismo, fino a questa moussaka di sangue e arti, imbevuta di misticismo orientale ed estetica sneaker (bellissima le Asics di Uma). I generi sono cioè campionati e riposizionati in contesti diversi in puro stile hip hop, esattamente come i Run DMC utilizzavano il riff di chitarra degli Aerosmith. Quali generi? Tutti, ma soprattutto i telefilm anni Settanta, i film di arti marziali, il porno-soft italiano (sempre anni Settanta). A proposito dei dialoghi, caratteristica tra le più apprezzate nel cinema tarantiniano, sappiate, invece, che non esistono più. Non so la cosa quanto possa farvi piacere; a me, per esempio, fa piacere. Quel tipo di dialoghi "alla tarantino" mi avevano stancato già parecchio tempo fa. Dialoghi brillanti come no, ma dialoghi che ti fanno continuamente uscire dal film, perché c'è sempre quel sottofondo in cui capisci che chi li ha scritti ti sta dicendo quanto è figo. In "Kill Bill" niente di tutto questo. I personaggi aprono la bocca semplicemente per dire "Ti ammazzo" o "Morirai", per dire cose cioè che potrebbero essere tranquillamente dette in un manga giapponese. Per il resto è praticamente un film muto. Un film di coreografie e di colori. Un film senza (o quasi) psicologia. L'ultima cosa, si potrebbe continuare ma mi fermo, bisogna dirla a proposito di quel cartone animato in cui si viene proiettati per una decina di minuti. Un manga per l'appunto. Una parentesi perfettamente funzionale che è, poi, la vetta emozionale di queste due ore vissute pericolosamente. Un cartone meraviglioso, cruento e realistico. Paradossalmente la cosa più cruenta e realistica di tutto il film.

Quentin Tarantino - Kill Bill, Usa 2003





05/11/2003 13:39
ilfidanzatodivivi a proposito di


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