Salto nel buio
Samuel Beckett - Murphy, Einaudi 2003
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28/11/2003 13:43
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Bambini onirici
Andrey Zvyagintsev - Il ritorno, Russia 2003
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24/11/2003 11:59
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Catastrofi
Don DeLillo - Cosmopolis, Einaudi 2003
Michel Houellebecq - Estensione del dominio della lotta, Bompiani 2002
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21/11/2003 17:55
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Un altro mondo
Aki Kaurismaki - L'uomo senza passato, Finlandia 2002
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18/11/2003 13:38
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Charlotte e i suoi demoni
Francois Ozon - Swimming pool, Francia 2003
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17/11/2003 13:37
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Gli altri
C'era una volta il genere. Il genere horror, quello fantascientifico, il fantasy, il gangster, l'action movie. Terreno di sperimentazione, innovazione stilistica, fucina di idee e di virtù. Ma da qualche tempo a questa parte la tendenza che accomuna la quasi totalità dei film di genere degli ultimi anni è il ricorso, a mani e testa basse, ciascuno al proprio paradigma di riferimento. E non c'è dubbio che "Matrix" lo sia diventato per il cinema d'azione e "Il sesto senso" per l'horror, col risultato che oggi assistiamo a molte produzioni più o meno uguali, ricorsive, restie ad esplorare nuovi territori e poco coraggiose nel fare delle scelte che non siano politicamente corrette. Non sfuggono a questa regola film recentissimi come "Cabin Fever" e "They - Incubi dal mondo delle ombre", né le nuove proposte dell'ormai florido cinema spagnolo, al quale almeno si deve il tentativo - con "The Others" prima, e "Nameless" e "Darkness" poi - di rinnovare lo stile con soluzioni non convenzionali nella forma ma povere nei contenuti. Dispiace perciò ascoltare battute strasentite come "stanno venendo a prendermi" o assistere alle vicende della solita famigliola di neo-traslocati in una villa lontana dalla città con figlia sensitiva a seguito, o di un gruppo di teenager sottili ed emaciati nel cottage di turno isolato nel bosco. Ma, mentre "The Others" (2001, Alejandro Amenabar) si limitava a prendere in prestito da "Il sesto senso" l'idea dei fantasmi umanizzati e bisognosi d'affetto, "Darkness" - diretto da Jaume Balaguerò e prodotto da Brian Yuzna (che molti ricorderanno come il regista di "Society", uno degli horror più straordinari del secolo) - addirittura fa incetta di stereotipi senza ritegno alcuno e, pur presentandosi in una veste assolutamente godibile e con un cast interessante, non riesce a distinguersi nemmeno un po'. Non è diverso il caso di "They - Incubi dal mondo delle ombre": proposto la scorsa stagione da Wes Craven (uno che gli stereotipi li ha inventati, rielaborati, riproposti con ironia) e diretto da Robert - The Hitcher - Harmon, fa leva (come "The Others") sulla più antica delle paure, quella del buio, rivisitata - neanche a dirlo - nei solchi della formula "Scream", quella cioè degli studenti universitari che crescono ma si lasciano dietro strani problemi che non riescono a metabolizzare e perciò si ripresentano poco prima della tesi. In certe scene, poi, "They" finisce per fare il verso a "Incontri ravvicinati del terzo tipo", ma anziché nascondere, palesa, e così quello che ci fa paura non è il non-visto, non è il buio, ma quello che vediamo, insettoni così poco credibili che strisciano come tanti piccoli Alien sulle pareti buie di casa e sui fogli di una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti. Poi, però, che succede? Succede che ti svegli un paio di giorni dopo e pensi al film, scopri che ti è restato dentro, che l'idea di quei mostri che scricchiolano e sussurrano nel buio forse non era poi così male, perché un paio di salti dalla sedia tutto sommato li hai fatti. Ma è lo stesso effetto che mi dà ancora "Il sesto senso", e niente mi farà credere che non sia un film sopravvalutato.
Robert Harmon - They - Incubi dal mondo delle ombre, Usa 2002.
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16/11/2003 18:25
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goljadkin a proposito di
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A proposito di un certo cinema americano
Alexander Payne - A proposito di Schmidt, USA 2002
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12/11/2003 13:20
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ilfidanzatodivivi a proposito di
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L'Antimateri@
http://www.yugop.com
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10/11/2003 18:26
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ilfidanzatodivivi a proposito di
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Welcome to the real worldE' imperdibile. Lo è la scena dell'attacco a Zion, le sentinelle come meduse agguerrite che sovrastano l'immenso acquario della città assediata, una sequenza di trenta minuti trenta, uno dietro l'altro, superba battaglia tra macchine e macchine, trivelle e robot, proiettili e granate, sangue e arena; se potessi scrivere le antologie del Cinema, vi farei entrare questa scena di diritto, immediatamente, senza il minimo dubbio. Matrix Revolutions sposta il proprio centro gravitazionale (è il caso di dirlo) dal mondo dei programmi a quello degli uomini "liberati", dei Morpheus-cittadini che difendono la città e se stessi con i propri corpi, ultimi baluardi di una resistenza giunta ormai al limite. Matrix Revolutions è imperdibile perché ha quel non-so-che di apocalittico, di post nucleare, di fantascienza molto poco (per fortuna) hi-tech e molto canottiere ingrigite e sudore, polvere e astronavi. Ed è un bene perché già il brutto (e inutile) Reloaded aveva finito per subire quella stessa estetica, ormai glamour e modaiola, che il primo fortunato episodio aveva fatto esplodere, scatenando in ogni campo dello scibile umano la rincorsa al bullet-time, al kung-fu e agli occhiali da sole dell'agente Smith. Certo, Revolutions non è un film perfetto: è recitato male ed è prolisso, e - ogni volta che può - vuole a tutti i costi prendere la via del filosofico, alla De Crescenzo per intenderci, e giù tutti a chiedersi "perché lì", "perché qui", "perché ha detto così" e "perché ha fatto così" in un mormorìo generale... ma cosa importa, è davvero necessaria quest'autopsia? Io, la storia, sono quattro anni che non l'ho ancora capita. L'Oracolo, il Merovingio, l'Architetto, l'ingegnere e il geometra... non mi ci ritrovo parecchio. La saga di Matrix è a tutt'oggi il più alto livello di tecnica cinematografica, e i Wachowski l'hanno applicata alla fantascienza con ironia, con gusto, con quell'eleganza infantile che dimostrano mentre si rotolano sul set assieme agli attori, il tutto filtrato da quella loro cultura-pop che viaggia tra fumetto e dragonball, un senso del ritmo che, vogliate o meno, ha fatto scuola e un pizzico di cafoneria che non guasta mai. Ditelo all'agente Smith.
Andy e Larry Wachowski - The Matrix Revolutions, Usa 2003.
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07/11/2003 00:29
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goljadkin a proposito di
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Due ore (scarse) vissute pericolosamente
Quentin Tarantino - Kill Bill, Usa 2003
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05/11/2003 13:39
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ilfidanzatodivivi a proposito di
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
