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lettori

 
Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.
 
Lei conosce Trakovskij solo da qualche immagine ferma, in realtà, visto che una volta si è addormentata durante la visione di Stalker, soccombendo a un'interminabile panoramica della cinepresa che scendeva verso il primo piano di una pozzanghera su un pavimento a mosaico dissestato. Ma lei non è tra quelli che pensano che ci sia qualcosa da guadagnare dall'analisi delle ipotetiche influenze subite dall'artefice. Il culto delle sequenze è disseminato di sottoculti, che rivendicano ogni possibile influenza. Da Truffaut a Peckinpah a... Gli appassionati di Peckinpah, tra i più improbabili, aspettano ancora che vengano estratte le pistole.

William Gibson, L'accademia dei sogni, Mondadori


C'è poi una scrivania di smalto bianco che funge anche da toeletta e un tavolo rotondo di vetro sul quale è poggiato un cesto pieno una volta di frutta fresca e l'altra di bucce e scarti vari della medesima. Non so se è un'abitudine o se si tratta di un subdolo extra per accattivarsi il giornalista, ma ogni volta che mi allontano dalla cabina per la proverbiale mezz'ora torno e trovo un nuovo cesto di frutta coperto da un aderentissimo cellophane blu poggiato sul tavolo di vetro. E' frutta buona, fresca, e sta sempre lì. Non ho mai mangiato tanta frutta in vita mia.

David F. Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, Minimum fax

 

goljadkin @ flickr
 
Il colpo di scena che mi ha colpito di più è...
Arlington Road
The Others
The Game
Il sesto senso
The Vilage
Se7en
Psycho
Profondo rosso
Complesso di colpa
L'infernale Quinlan
Alien
La moglie del soldato
Risultati finali
Free Web Polls
 
A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
 


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Nel frattempo mi guardo le scarpe 

Prendendo spunto da un articolo apparso sabato scorso su Alias, sono andato a ripescare la mia vecchia cassetta di "Loveless" (il disco non ce l'ho mai avuto), ma la cassetta non si sentiva più bene e sono stato costretto a scaricare l'album da internet, penso, però, che presto andrà a far parte della folta schiera di ripescaggi che occupano un'intera sezione del mio porta-cd. È "Loveless" dei My Bloody Valentine un disco seminale e fondamentale per tutti quelli che oggi hanno meno di trentacinque e più di venticinque anni. Sapete? Riascoltandolo oggi si provano delle belle sensazioni e, soprattutto, si capisce la provenienza di certi sound. Quello degli Smashing Pumpkins soprattutto, ma anche quello dei Dinosaur Jr. e, insospettabilmente, quello di alcuni gruppi attuali della scena indie (vd. i Manitoba di "Up in flames", ma anche i Lali Puna del genio Morr che in una recente intervista ha dichiarato che "Loveless" è il suo disco preferito da sempre). Demiurgo di quest'opera è tal Kevin Shields una specie di genio della manipolazione amplificatoria e gran truffatore di case discografiche che oggi è ritornato in auge per aver composto alcuni pezzi della colonna sonora di "Lost in Translation". Il tizio alla fine degli Ottanta s'inventa questo capolavoro che entra di diritto nei masterpiece delle bedroom memories. Proprio così, non appena metti play, si materializzano i ricordi collosi dell'adolescenza e dentro di te si fa spazio una specie di tristezza. Non è che ti viene da piangere, ma quasi. Nota enciclopedica: i My Bloody Valentine sono noti anche per essere gli iniziatori della cosiddetta scena shoegazer, detta di chi suona ai concerti guardandosi le scarpe. Una specie d'introspezione mistica, insomma.

My Bloody Valentine – Loveless, Creation 1991

30/01/2004 13:16
ilfidanzatodivivi a proposito di

Musica per le mie orecchie

Berlino è, in questo momento, la capitale di un nuovo mondo. Un mondo proiettato almeno una decina d'anni avanti rispetto a quello che viviamo noi qui. Per chi non ci fosse stato, il consiglio è davvero quello di andarci, rimanendo lontani, però, da isole dei musei e porte di brandeburgo varie, per dedicarsi, invece, alle straordinarie architetture contemporanea e poi ai bar, ai locali e ai parchi. Un segno evidente di quello che sto affermando, e cioè che Berlino sia l'unica città realmente contemporanea del mondo, è rappresentato dalla musica. La musica che viene oggi prodotta a Berlino è praticamente l'unica musica realmente nuova che riesco a sentire in giro. Una musica che è riuscita agevolmente a superare il tracollo dell'elettronica fine novanta (tracollo dal quale in Inghilterra, per esempio, devono ancora riprendersi) incorporandola, e puntando oltre verso frontiere sonore che lasciano davvero senza fiato. Tutto questo per dire che la Morr è la mia etichetta preferita del momento. Almeno due dischi della sua produzione possono essere definiti, senza esagerazione alcuna, dei capolavori. Sto parlando di "Welcome Tourist" di Bernard Fleischmann e di "Observing systems" di Tied & Tickled Trio. Il primo potrebbe sembrare il classico solista da cameretta, uno che si fa le seghe su internet e poi con le dita ancora impiastricciate assembla suoni a caso così tanto per cazzeggiare e, invece, è un genio. Una specie di nuovo Brian Eno che sfonda le porta di qualsiasi percezione. Il suo doppio album è un regalo che non potete non farvi. Discorso che vale anche per il Tied & Tickled Trio, un ensemble che porta a un punto di fusione impossibile Miles Davis e King Tubbby, cioè un jazz molto astratto e spinto verso l'improvvisazione con il calore del dub e dei suoni liquefatti. Queste sono solo parole, è vero, ma potete passare ai fatti: andare sul sito della Morr (un sito con una veste grafica meravigliosa e la cui intro di loading è davvero un capolavoro d'ironia) e sentite con le vostre orecchie. Si, perché per ogni disco ci sono almeno tre pezzi da sentire e gustare senza limitazione alcuna. Però fatemi un piacere, se vi piacciono, non andatevi a scaricare niente. Questi dischi sono oggetti da possedere, da toccare. Roba preziosa.

Morr Music - www.morrmusic.com


26/01/2004 11:20
ilfidanzatodivivi a proposito di

La bomba emotiva

Mi risulta stranamente difficile scrivere qualcosa di sensato a proposito di "21 grams". In realtà non ho ancora capito se mi ha convinto pienamente. Ho solo alcune certezze. La prima riguarda la recitazione, davvero straordinaria, di tutto il cast: Del Toro su tutti, seguito dalla Watts e poi da Penn, un po' imbolsito e supponente/deniriano, ma pur sempre grande. La seconda è una considerazione su "Amores Perros" e cioè il primo film di Alejandro González Iñárritu che si portava appresso una carica di energia e d'inventiva cui il regista sembra aver voluto volontariamente rinunciare in favore di una spasmodica intensità drammatica. La terza ha a che fare con il meccanismo su cui è costruita la sceneggiatura; in questo, infatti, "21 grams" è abbastanza simile ad "Amores Perros": tre storie, tre individui ognuno alle prese con le rispettive disperazioni, che il destino fa incontrare in una specie di punto di fusione, di iper-climax, che rappresenta la resa dei conti finale. Mi è piaciuto? Direi di si. Di sicuro è un film potente, con immagini bomba e lampi evocativi che ti rimangono aggrappati alla memoria. È cioè un film ben costruito, ottimamente fotografato (con una luce da spleen comatoso) e ben diretto. Un film dove il montaggio (tutt'altro che cartesiano) e un uso piuttosto spregiudicato del flashforward (quasi alla "Memento") creano linee di fuga di straordinaria verità. Un film, insomma, da vedere senza ombra di dubbio, anche se io un dubbio che continua a tormentarmi ce l'ho. Riguarda le intenzioni autoriali, un non so che di furbizia e di mestiere che mi pare di intravedere. Poi ci ripenso di nuovo e mi dico che si tratta di un film bello, bellissimo. Forse, per essere un po' più chiaro con me stesso, ci dovrò ripensare tra qualche mese, a mente fredda.

Alejandro González Iñárritu – 21 grams, Usa 2003


23/01/2004 12:02
ilfidanzatodivivi a proposito di

The iron man

Oggi Shinya Tsukamoto è un regista maturo. Sono lontani i tempi delle immagini sgranate e delle animazioni a passo uno di "Tetsuo: uomo d'acciaio" (1989), delle mutazioni collegiali di "Hiruko the Goblin" (1990) e ancor più degli sperimentalismi visivi di quello straordinario cortometraggio dal titolo "Le avventure del ragazzo del palo elettrico" (1995). Negli ultimi tempi, per chi ha avuto l'occasione di seguirlo, Tsukamoto ha concepito, uno dietro l'altro, film che hanno dato grande prova della sua evoluzione artistica, tecnica e sostanziale, lontani - per fortuna - da quel cliché da fumetto cult di serie b che gli si era appiccicato addosso. Quest'ometto giapponese è ben più di un Cronenberg di secondo livello e lo ha dimostrato nel corso degli anni, abbandonando la narrazione concitata e imprevista dei primi lavori, ricercando l'accuratezza formale, curando la fotografia, spogliandosi di quella predisposizione alla mutazione e al mutante in favore di una maggiore (e mutevole) introspezione drammatica. "A Snake of June" (2002), punto di arrivo fondamentale della sua poetica, ne è la prova indiscussa. Ma con "Gemini", film cui ho appena assistito, Tsukamoto mi ha stupito ancora una volta. "Suseji", questo il titolo originale, è l'impossibile storia d'amore - ambientata in un Giappone senza tempo, funestato da un'epidemia contagiosissima - di un medico e una donna di cui nessuno conosce le origini. Sul fondo di un pozzo, al termine di una lunga agonia, l'uomo scoprirà la verità. Tsukamoto ha scritto una sceneggiatura inossidabile, romantica, molto classica, mettendo insieme soluzioni visionarie improvvise (alcune delle quali terrificanti) e continui flashback con un'eleganza formale straordinaria, sempre al servizio della narrazione. Il risultato è un film bellissimo, espressivo, sussurrato, che rielabora il tema del "doppio" con stile. Aspettando "Tetsuo America".

Shinya Tsukamoto - Gemini (Suseji), Giappone 1999

22/01/2004 00:56
goljadkin a proposito di

Un husky siberiano

Scrivere qualcosa su John Carpenter è un piacere. I suoi film sono come meravigliose praterie verdi sotto un immenso cielo azzurro. Non nascondono, cioè, nulla. Certo, c'è sempre chi ci vede qualcosa, chi tenta di ricavarne qualche profonda riflessione, eppure mai come in questo caso siamo sollevati dal cavillo dell'interpretazione maniacale, della lettura introspettiva, dalla dietrologia di certa critica. E' lo stesso regista che ci invita a farlo, sottolineando sempre e in ogni intervista che nella sua arte "non ci sono messaggi, perché i film non sono segreterie telefoniche". E così, ieri notte, ho voluto vestire i panni di quel cane lupo che corre tra i ghiacci dell'Antartide. Ho trovato rifugio in una base americana. Mi hanno condotto in una gabbia, con altri miei consimili: è lì che è cominciato tutto. Pian piano, però, mi sono accorto che l'epidemia gravissima e contagiosa che avevo introdotto tra gli umani non era la sola "cosa" che li contaminasse. Il vero male che si insinuava tra loro era la diffidenza, il terrore incontrollato, la paura, l'ostilità. La "cosa" avrebbe potuto essere chiunque, e il massacro inaugurato per scoprirla non avrebbe lasciato superstiti.
Lo stato di trance elettronica che ti prende sin dai primi minuti de "La Cosa" è un'esperienza straordinariamente coinvolgente, quasi mistica. L'accostamento con "Alien" (1979, Ridley Scott) è immediato, quasi istintivo ma, mentre Scott gioca con ombre e nebbia, Carpenter illumina di neve bianchissima il posto più isolato della Terra. Tra i più bei film horror che siano mai stati girati. Le opere di Carpenter sono parabole che scendono veloci verso gli inferi, fiabe inquietanti in cui tutto va male perché così deve andare, perché è così che va. Nelle segreterie telefoniche c'è sempre spazio per qualche messaggio rassicurante. In quelle di John Carpenter no.

John Carpenter - La cosa, Usa 1982




17/01/2004 00:18
goljadkin a proposito di

Un liberal contro Dio

L'ho vista come una sfida. Una battle royale che vede affrontarsi due visioni diametralmente opposte, due idee di cinema violentemente in contrasto. "La regola del sospetto" vs. "La preda". Cioè due film praticamente uguali per il tema su cui sono imperniati: l'etica dell'addestramento (morale), il padre che si trova a lottare contro il figlio (tragicamente, edipicamente), il bene e il male come caratteristiche biologiche del sistema in cui viviamo. Non ho nulla da eccepire sulla bontà tecnica del film di Donaldson. È un film tirato, ben scritto e ottimamente recitato da questo sempre più sorprendente Colin Farrell. Molto, invece, ci sarebbe da dire sull'ideologia di fondo che lo pervade e su tutto quello che lascia trasparire involontariamente, specie se confrontato con il capolavoro friedkiniano. Se, infatti, nella sua ultima fatica, Friedkin non lasciava nessun spazio alla redenzione immergendo la pellicola in uno spesso strato di pessimismo e non concedendo nulla alla possibilità che il sistema possa offrire qualcosa di buono ai suoi figli (semplicemente si trova costretto ad abbattere quelli che gli riescono un po' bacati), Donaldson da campione del cinema liberal, "Tirtheen days" lo ricordate?, affronta un tema così complesso e intricato (ontologicamente intricato) utilizzando semplicisticamente la teoria della mela marcia e, in un'ottica dichiaratamente clintoniana, salva il sistema tutto, giudicandolo efficace, efficiente e a prova di "bomba", con tutte le guerre preventive che ne conseguono. Due visioni diametrali appunto che si riflettono specularmente sulla politica dei due autori. Si capisce benissimo, infatti, che Friedkin arrivato a questo punto vede il cinema come sfida colossale e infernale, come un io contro tutti, cioè soprattutto come un io contro l'industria (ovvero il sistema) a salvaguardia della sua indipendenza di cineasta e autore. Donaldson, invece, accetta le cose così come sono, accetta dunque di essere semplicemente un regista e la sua parabola di neozelandese trapiantato a Hollywood ci dice probabilmente tutto quello che c'è da dire a proposito, tanto che alla fine, quell'Al Pacino crivellato di proiettili risulta nient'altro che la controfigura di un qualche produttore particolarmente cattivo. Donaldson, insomma, sembra urlare per tutti gli ultimi dieci minuti: "è uno solo, e uno solo non conta quando gli altri sono buoni e lavorano al servizio dell'umanità", mentre per i precedenti cento aveva disseminato la pellicola di indizi ambigui e vie di fuga assolutamente sorprendenti. Esattamente il contrario di quello che fa Friedkin, i cui film non hanno finali, ma sono dall'inizio alla fine un'unica e lunghissima dichiarazione politica e poetica. Dichiarazione in cui il male, e i suoi signori, la fanno sempre da padrona, senza possibilità di scampo.

Roger Donaldson - La regola del sospetto, Usa 2003


12/01/2004 13:17
ilfidanzatodivivi a proposito di

Le coincidenze non esistono

Mi avevano detto che era brutto, un film insignificante, involontariamente comico. Altri hanno usato addirittura l'aggettivo "ridicolo". Così, l'altra notte - vinto da una curiosità fortissima e da un'insonnia cronica -l'ho noleggiato. E ora ho capito perché molti hanno storto il naso; perché ingannati dalle furbesche strategie di marketing del distributore italiano. "Signs" non è un film di fantascienza, né un film sui crop-circles, tantomeno un film sugli alieni. Eppure ricordo che, quando uscì nelle sale, tutto lasciava presupporre che lo fosse. E allora, mi dico, forse sono stato fortunato a vederlo dopo tutto questo tempo. Ma, al di là del problema delle aspettative inattese, "Signs" è un film stupendo, e M. Night Shyamalan ha un controllo pressoché totale su tutti gli strumenti narrativi. C'è un sottobosco affascinante di tensione particolarissima che ti solletica per tutto il film, e che cresce costantemente, con raffinata eleganza. Sembra quasi di assistere ad un remake de "Gli uccelli", per il senso di disperazione malinconica, di perdita totale di punti di riferimento, di attesa impavida e rassegnata della calamità che incombe. Ma "Signs" è anche e soprattutto un film sulla fede. Non è un caso, infatti, che la scena chiave sia quella del dialogo tra Mel Gibson e Joaquin Phoenix, al buio, sussurrato e sofferto, davanti a quei segni nel cielo trasmessi dai telegiornali. E di segni, quelli importanti (i cerchi sul grano sono solo un pretesto), è disseminato tutto il film: i bicchieri d'acqua "contaminata" che la bambina poggia un po' ovunque, le ultime parole della moglie di Gibson in punto di morte, le dita aliene tranciate di netto, l'attacco d'asma del bambino. E a tutti, pian piano, Shyamalan trova la giusta collocazione. Bravi tutti gli attori, splendida la fotografia, eccellente il sonoro. Mi è piaciuto.

M. Night Shyamalan - Signs, Usa 2002

10/01/2004 14:46
goljadkin a proposito di

Apologia di un cineasta

L'altra sera, passeggiando tra gli scaffali di fnac e fermandomi ogni tanto per far camminare le dita sul lato superiore dei dvd esposti, ho visto "Complesso di colpa" di Brian De Palma. La prima buona notizia, perciò, è che finalmente qualche editore ha pensato bene di tirare via questo capolavoro dall'eterno circuito degli home-video cui era stato confinato. La seconda buona notizia è che pare ci abbiano messo pure un paio di extra, un making of e una bella intervista a quello che considero tra i più grandi cineasti del secolo. I motivi per cui adoro De Palma sono i seguenti: non ha girato neanche uno di quei film cosiddetti "importanti"; non è spesso ben visto da tutta l'ala nepotiana della critica cinematografica (benché proprio Nepoti abbia scritto su di lui un intero saggio, edito da Il Castoro, ma è solo un esercizio di stile); nessuno va a vedere i suoi film, a meno che non siano al centro di una eccezionale iniziativa pubblicitaria (come nel caso di "Mission: Impossible"); per quanto non abbiano mai nulla di particolarmente cerebrale, nessuno capisce i suoi film. "Complesso di colpa" è tra le opere drammatiche più intense della sua filmografia ed è, forse, il più bello e autentico omaggio ad Alfred Hitchcock che un regista possa confezionare. Con stile, classe, eleganza, passione, culto quasi filologico della citazione. C'è chi riadatta una scena, chi ne riprende il contesto, chi ne rilegge il tema; De Palma no: lui, su "La donna che visse due volte", costruisce un intero film. In pratica, lo rifà. E, scusate se è poco, piazza Paul Schrader alla sceneggiatura e Bernard Herrmann alle musiche. Il risultato, più che un banale remake, è una vera e propria metafora sulla realtà e sull'apparenza. Da "Complesso di colpa" prende le mosse tutto il cinema di De Palma a seguire: il cinema dell'ambiguità, della beffa, della menzogna. Un cinema inattuale, che ricorre continuamente a soluzioni formali (piani sequenza lunghissimi, ralenti, split-screen) per raccontare delle storie. E non sembra che il nuovo cinema americano abbia imparato la lezione.

Brian De Palma - Complesso di colpa, Usa 1976

08/01/2004 21:42
goljadkin a proposito di

La poesia metropolitana

Non so voi, ma io ce l'ho vista Meg Ryan in questo ruolo insolito, Frannie con la frangetta insegnante di letteratura che viaggia in metrò, un po' neozelandese, schiva e pungente intellettuale legata morbosamente alla sorellastra. Guardandola mi ha fatto dimenticare quei film tutti uguali in cui è la protagonista emaciata e sorridente, col musetto alla ribalta, alla ricerca perenne del principe azzurro. "In The Cut" di Jane Campion è un'opera interessante, prolissa ed emozionante, un collage di frammenti nebulosi, sfocati, in cui la passione che si scatena improvvisa è un elemento fortemente dark che polverizza sul nascere qualsiasi ambizione sentimentale. Perché, contrariamente a quanto possa farci credere la tv, questo non è un banale thriller "ad alto tasso erotico"; anzi, la Campion evita intelligentemente il cliché softcore attribuendo alla liaison pornographique in cui coinvolge Frannie e il detective Malloy una connotazione perdente, nichilista, utilitaristica. I due amanti continuano a chiamarsi per cognome e non riescono a scacciare via il pensiero che l'uno o l'altra abbiano forse in qualche modo a che fare con gli omicidi. Sul finale, però, la delusione più forte: non basta che quel colpo di pistola sia raccontato - almeno da un punto di vista formale - così elegantemente distante dallo stereotipo hollywoodiano. Quel colpo di pistola dissolve ogni dubbio, e tutta quella meravigliosa e incantata sensazione di incertezza - di cui avrei voluto godere fino all'ultimo titolo di coda, instillato goccia a goccia fino al mattino dopo - viene disperatamente interrotta. A contorno due ottime interpretazioni di Jennifer Jason Leigh e di Kevin Bacon.

Jane Campion - In The Cut, Usa 2003



07/01/2004 01:47
goljadkin a proposito di

Un altro David

Di solito, in questi documentari anneriti su chi è e cosa ha fatto il regista durante infanzia e adolescenza, si arriva sempre al punto in cui si racconta del primo filmetto fatto a casa di amici, quello girato per le selezioni dell'American Film Institute, e di qualcuno di molto-in-alto che lo guarda e fa: "don't quit your day job", e cioè vai a lavorare alle poste, tanto non sei tagliato per il cinema; si parla anche dei pianti con la ragazza futura moglie vestita da artista sessantottina (assomigliano un po' tutte a Yoko Ono) e della telefonata che, improvvisa, un giorno arriva, quello squillo che cambia la vita. E non fa eccezione alla regola questo splendido "The Short Films of David Lynch", un'ora e mezza di monologo in bianco e nero in cui il regista di "Mulholland Dr." ci racconta tutta la sua carriera artistica, sfoggiando un comprensibilissimo accento anglosassone (per fortuna) e presentando uno alla volta i cortometraggi che l'hanno portato al successo. Devo confessarlo, prima d'ora non ne avevo mai sentito parlare. Ma questo "The Grandmother" è un capolavoro allo stato puro. Trenta minuti di allucinazioni perverse a metà tra la provocazione orrorifica di "Eraserhead" e i deliri espressionisti di Buñuel. Per chi non lo sapesse, Lynch era un pittore straordinario. Ed ebbe l'intuizione e la possibilità di fondere (è proprio il caso di dirlo) i suoi lavori sperimentali con il cinema, animandoli, servendosi del risultato per raccontare delle storie. "The Grandmother" intervalla continuamente disegni a scene con attori in carne ed ossa, mostri rutilanti che sembrano fatti di cartapesta e ambientazioni oniriche, essenziali, un letto e una porta, luoghi che saranno poi costantemente al centro del cinema più "maturo" di David Lynch. Di più non voglio dire, solo che guardando questi cinque straordinari "esperimenti" ho capito quanto sia incredibilmente raro il percorso creativo che può portare alla consacrazione di un Genio.

David Lynch - The Grandmother, Usa 1970






06/01/2004 03:14
goljadkin a proposito di


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