Per parlarne davvero, dovrei essere cieco come la bella Ivy. O sciocco come Noah, l'immancabile scemo del villaggio. Meglio, dovrei essere di poche parole come Lucius Hunt. E dovrei salire sul vecchio ceppo, allargare le braccia, inalare una manciata d'aria del bosco di Covington e attendere l'arrivo al galoppo di una creatura innominabile che mi faccia cambiare idea.
Perciò mi limiterò a dire che The Village è un'opera straordinariamente bella, visivamente iperrealista, nobilitata dal rispolvero di due grandi (e anziani) attori, inquietante nel magnetismo dello sguardo di Joaquin Phoenix, nel candore addomesticato e innocente di Bryce Dallas Howard e dell'ingenuità trasgressiva e maligna di Adrien Brody.
Il battage pubblicitario scatenato per l'ultimo e miglior film di Shyamalan ha molti punti in comune con quell'assurda opera di convinzione che fu fatta per Signs. Com'era lecito aspettarsi dai suggerimenti dei propri neuroni, The Village non è (solo) un horror di creature malefiche, come all'epoca Signs non fu il "film dei cerchi sul grano" che gli amanti dei telefilm avevano sperato che fosse.
E' invece un film lento, disseminato di indizi, tutto giocato su pochi e significativi scambi di opinione tra i protagonisti, in cui la paura è tema intelligente di riflessione sociologica, imposta dall'alto, subita prima e poi trasformata in comandata e autarchica serenità. E' una paura che sfugge naturalmente al controllo e che neanche l'amore può vincere, se non quello dettato dalle regole di una comunità isolata.
Se volessi continuare a scrivere di The Village dovrei avere paura di me stesso.
E invece è giusto rimanere ciechi davanti a un'opera così bella e lasciarsi avvolgere, in controluce, dalla nebbia rarefatta di un mondo che sfugge alla realtà diventando finzione.
The Village, di M. Night Shyamalan, Usa 2004.
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31/10/2004 20:28
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goljadkin a proposito di
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e poi, questa los angeles
questa los angeles con tutte le luci al loro posto
coi palazzi scintillanti di sedicimilionidiabitanti che muoiono sulle metropolitane senza che nessuno se ne accorge *
coi tassì rossi col bacardi sulle portiere e i coyote randagi che attraversano sconsolati i semafori
questa è la los angeles di Michael Mann, e Collateral è un tributo alla più grande e multiforme città della California
Ciudad de la Iglesia de Nuestra Señora de Los Angeles sobra la Porzionucola de Asìs
che un assassino e un tassista vivono insieme per una notte intera, tra le mille contraddizioni di due filosofie di vita opposte che, alla fine - come dice Moretti straparlando (guarda caso!) di Heat - "in fondo finiscono per somigliarsi un po'".
questa los angeles di Mann non è come la new york di Taxi Driver.
non ci sono spiriti irrequieti che la popolano, né anime smarrite che si aggrappano al marciapiede per scivolare sul nulla.
non c'è silenzio, non vi è espiazione, non ci sono neanche le puttane che sbraitano mentre ti guardano passare.
nella New York di Scorsese, sarebbe stato De Niro a sequestrare uno come Tom Cruise.
invece Max non riesce neanche a sfondare il doppio vetro dell'ufficio del procuratore mentre Vincent è di sopra che perlustra nel buio, con quell'aplomb da professionista che ha imparato in sei anni di onesto assassinio.
perché in questa los angeles di Mann il ciclo evolutivo si è chiuso, ci sono i buoni gli angeli e i santi da una parte, e dall'altra i diavoli.
ma tutto scorre, sempre, perché tutto è improvvisazione.
Collateral, di Michael Mann - Usa 2004.
(*) ci voleva il congiuntivo, ma è più bella così.
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29/10/2004 19:37
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goljadkin a proposito di
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Sto leggendo Palahniuk. Sì, quello di Fight Club.
Qualche sera fa mia sorella ha visto Diary sul comò e ha balbettato: "pala... palagniuc?".
"Palahniuk! quello di Fight Club", ho risposto.
Lei ha tirato un sorso di Coca e, battendo le ciglia lentamente, ha replicato: "in che senso?".
"Fight Club, il film, l'hai visto?".
"Sì, almeno tre volte".
"Brava, allora hai presente i dialoghi, i testi. Palahniuk, lui è quello che li ha scritti".
"I dialoghi? cioè intendi quei fuck you, shit, bitch, eccetera?".
...
Sguardo attonito.
...
Questo Diary mi ha preso in ostaggio. E questo post è il comunicato di un libro incappucciato dietro di me, che sto in ginocchio. C'è il rischio che mi decapiti, a meno che non riesca a concluderlo entro una settimana. Ma il punto è: arriverò mai alla quarta di copertina?
Si sa, Palahniuk è sempre Palahniuk (d'altronde, Sanremo è sempre Sanremo) e, come qualche illuminato ha scritto in giro "lui è uno che le cose brutte e dolorose dell'animo nero della vita degli umani e di questa società di merda, le sa". Il fatto, però, che abbia trascorso esperienze piuttosto sfortunate prima di diventare famoso non lo autorizza - credo - a scrivere frasi di sette parole ciascuna.
Che iniziano e finiscono con un punto.
Né - forse - lo autorizza a ritagliare periodi tutti uguali che poi diventano veri e propri tormentoni, reiterate liturgie che sembra non finiscano mai, ché fa tanto artista glamour assai-intellettuale-figo-quanto-basta.
In "Survivor", il tormentone era "il mio lavoro". Pagina duecentoottanta, primo capoverso: "il mio lavoro è nella maggior parte del tempo che mi occupo di fare le pulizie". Pagina duecentosettantuno, capitolo quarantaquattro: "parte del mio lavoro consiste nel sapere in anticipo il menù di una cena che si terrà la sera stessa". Pagina duecentocinquantotto, capitolo quarantatre: "parte del mio lavoro consiste nel sistemare fiori freschi in giro per la casa in cui lavoro". E così via.
I tormentoni, in Diary, sono tanti. Ci sono un mucchio di periodi che iniziano con "per la cronaca,", altri con "immaginati", e poi - cosa buffa - più di un paio di "triangolodellebermudati" sparsi un po' qua e là, neologismo sulla cui bruttezza lascio il beneficio del dubbio, per la curiosità - legittima - di conoscerne il corrispettivo in lingua madre.
L'ultima volta che sono rimasto ostaggio di un librochenonriescoafinire, il libro era Oceano mare.
E quando finisci un libro di cui sei rimasto ostaggio per giornate intere, quando finalmente volti l'ultima pagina e c'è la pagina bianca che precede "stampato il negli stabilimenti di", non sai mai se il libro ti è piaciuto o no. Né, guardando indietro, capisci perché non riuscivi proprio ad andare avanti.
Però è sempre un'esperienza.
Chuck Palahniuk, Diary - Mondadori 2004
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25/10/2004 00:34
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goljadkin a proposito di
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Con la mia ragazza che mi ha regalato Palahniuk stasera mi ritrovo a parlare del capitalismo, del comunismo e di una vita da mediano; in sottofondo c'è però soukromé stránky de i Statuerq - nell'edizione con copertina satinata del novantaquattro che ho rinvenuto tra mille scartoffie l'altro giorno, spolverando la stanza - e per qualche minuto altro non possiamo fare che fermarci, stare a guardare l'autoradio come fosse uno spartito - quei vecchi pianoforti da avanspettacolo - e farci avvolgere da ciò che ascoltiamo. Ciò che ascoltiamo non è qualcosa che io possa definire qui, così su due piedi, semplicemente. Ogni volta che ascolto soukromé stránky, le sensazioni sono diverse. E' come quando mescoli le carte del tresette: può capitare che tu abbia un venticinque lungo, un buon gioco o una napoletana a coppe. Con i Statuerq è così. Non sai mai se muovere la testa, battere il tempo col piede, se continuare a parlare di capitalismo comunismo e pantaloni a vita bassa o se fermarsi un attimo, restare immobili, granitici e compiaciuti, metabolizzandone i flussi. E allora guardi tutte quelle audi a quattro, mercedesbenz col silenziatore e gli attici panoramici dei bei quartieri residenziali e capisci d'un tratto che niente ha senso, niente di tutto quello che vuoi o che sei costretto a desiderare perché, per un istante - eterno quanto basta -, hai goduto di quell'inimitabile consolazione che prova una goccia d'acqua nello scivolare all'infinito. E ti è piaciuto.
i Statuerq, soukromé stránky - 1994
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19/10/2004 00:56
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goljadkin a proposito di
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Dai, non fare l'idiota. Non vedi che stai riprendendo mezza faccia?
E cos'è tutto questo fracasso per una valigia? Smettila con la carrellata lenta. Ci hai fatto già vedere la Samsonite da tutte le angolazioni possibili. Pure di culo. Se un culo ce l'ha. L'hai inventato tu il culo della valigia.
Di Girolamo prende la macchina. Ecco che hai il singhiozzo, tu vuo' fa' l'americano. Via il telone grigio in mezzo secondo, dettaglio delle chiavi nel pannello, il cruscotto che si illumina, la BMW mette le ali. Cos'è questo strobo improvviso, non stai girando una pubblicità.
Allora ti metti a fare il piano sequenza. Sì, bene così, la pera di sera e non sono le dieci di mercoledì quindi vuoi esagerare. Lui un attimo prima ha sorriso per la prima volta in un'ora di film. E' pazzo - a suo modo - di lei. Su di giri. Hai cambiato registro. C'è l'impronta tarantiniana che sopravanza, senti il fiato sul collo dei critici più intransigenti, vuoi dare una prova di stile. Te lo concedo. Mi piace che inizi da dietro, lo scavalchi, si inietta l'eroina mentre sei su di lui, lo superi, lui scivola sul letto. Non eccedere, fermati, non sei De Palma. Smettila. Non è detto che tu debba per forza capovolgere l'inquadratura. La ripresa era bella così com'era, perché vuoi che sia necessariamente interminabile?
Il problema è che sei un vanitoso.
Non ti basta la bravura di Servillo, vuoi confezionare la tua storia perché tutti dicano che ci sai fare.
Va bene, ci sai fare.
Ma sei scostante, misogino, snob, e spocchiosamente elegante quanto il tuo personaggio. Non ti sei reso conto di aver sovrastato una bella storia rischiando di sotterrarla, con questa smania di spiccare il volo. A causa di questo tuo sovraeccitato e capriccioso talento.
Hai visto troppi film americani. Conseguenza dell'amore (per il cinema).
Perciò, ti perdono.
Grazie, davvero.
Le conseguenze dell'amore, di Paolo Sorrentino - Italia 2004
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16/10/2004 02:20
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goljadkin a proposito di
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Quando i R.E.M. usano il flauto di Pan allora vuol dire che sono tristi. Contemplativi, un po' sognatori, guardano alla vita con lo sguardo attonito di Michael Stipe, e si chiedono se abbiano davvero superato quella fase di crisi creativa che li vide impelagarsi in un episodio brutto e strano come Up. Da qualche settimana sto ascoltando Around The Sun e non ci ho ancora capito niente. Dopo un primo, distratto, ascolto ti sembra un album decisamente sbagliato e la cosa ti fa riflettere: di solito i R.E.M. piacciono anche se sei distratto. Ma oggi mi trovo nella condizione di dover apprezzare un brano che fino a l'altro ieri consideravo il più brutto: "Electron Blue", come da tradizione, suona come una filastrocca, ma non ha niente del caratteristico repertorio dei R.E.M., a parte la voce riverberata di Stipe. Che, in "The Outsiders", è accompagnata solo da un filo di synth e di batteria, e una chitarra che suona come se non volesse disturbare troppo. Quest'aria da rassegnazione come se il mondo, dopotutto, facesse schifo tanto da chiudere l'epoca delle canzonette felici, continua in "Make It All Ok" (it's a long, long long road, and I don't know which way to go) e in tutti gli altri brani e allora ho un'illuminazione: i R.E.M. sono cresciuti e guardano il mondo post-settembrino con una ritrovata maturità artistica, come si conviene all'etichetta di uno dei gruppi in qualche modo più significativi del rock mainstream. Grazie, davvero, Stipe, hai scritto delle belle canzoni anche così, con questo magone in corpo. Non so se continuare a preferire i bei tempi andati o meno, ma tant'è.
R.E.M. - Around The Sun - WB, 2004
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11/10/2004 13:03
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goljadkin a proposito di
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Allora, adesso metto su qualche disco e comincio a ringraziare qualcuno sul serio. Il primo flusso melodico che avvolge le mie orecchie - traumatizzate da otto ore di ticchettìo da programmatore - è quello di The Radio Dept., raffinata indie-band svedese nata con un multitraccia e fetore di ascelle in uno sporco garage - sempre che gli svedesi abbiano garage sporchi, qui al loro primo appuntamento con la notorietà: l'album è "Lesser Matters", e suona bene, anzi benissimo. Si apre con un delirio pop-art finto-velvet-underground che dura il tempo di un saluto, voce sonnecchiante e tastiera monofonica, e esordisce con una straordinaria "Where Damage Isn't Already Done", voce sonnacchiosa su una ballad decisamente brit-pop, con un riff di quello sulle corde sottili, divertito e coinvolgente, che avrebbe fatto invidia a Jonny Buckland*. Il quarto pezzo è un tappeto di dolcissimo rumore doppiato da una tastiera, a tempo di una cassa elettronica messa lì per fare industria, ma presto le armonie si evolvono scivolando su un do maggiore (che potrebbe essere pure un mi) che entra prima del bridge e che trasforma tutto in un nonsoché di già sentito ma estremamente confuso e gradevole, onirico e my-bloody-valentine*, pop languido da ascoltare con la ragazza dopo un litigio, o mentre si scrive un post in mutande su un blog a caso. "Strange Things Will Happen" è addirittura un capolavoro, ma il genio esplode e rimbalza sulle corde del riff pizzicato di "1995", che inizia come un pezzo dei Notwist* e poi si mescola, si contorce, si scioglie e infine sussurra, mentre le chitarre vanno di the-edge sfumato, discreto, di quelli educati, che non vogliono nuocere a nessuno. Ma restano in testa. Grazie ai The Radio Dept., davvero.
* il chitarrista dei Coldplay;
* mi viene in mente soprattutto "Loveless" dei My Bloody Valentine, Sire 1991;
* The Notwist, notevole gruppo tedesco indie-pop, di cui vi consiglio di prendere quello che trovate dal mulo**;
** il mulo: sapete benissimo cos'è; con quest'istigazione alla criminalità verrò denunciato e il blog godrà di notorietà illimitata;
The Radio Dept. - Lessers Matters - Labrador, 2002
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09/10/2004 00:34
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goljadkin a proposito di
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E' stato in quel momento che ho pensato: non smettere. Non voglio i titoli di coda. Vorrei che continuasse così, decidere io quanto basta. Come nel primo, Spiderman 2 è pieno di sequenze spettacolari. Che non sembrano mai troppe. Quando Peter Parker è in sella alla sua ragnatela sorvolando uno dopo l'altro i grattacieli della città hai un senso di liberazione quasi onirico. Vorresti alzarti dalla poltrona e scrollarti di dosso l'imbarazzo della gravità, come forfora sulle spalline di una giacca, e urlargli dietro un adolescenziale "portami con te!". Continuo a preferire il Sam Raimi delle armate delle tenebre, o di quei soldi sporchi di ghiaccio in una macchina abbandonata - che rimane il suo film migliore -, ma volentieri ammetto di essermi divertito, e di aspettare con ansia il terzo capitolo. Per essere più preciso, non so cosa abbia visto, e ignoro di cosa parlino i primi due episodi; né ricordo di aver fatto riflessioni più o meno consapevoli sul "messaggio", sulla voglia di riscatto di un timido fotoreporter, sulla morbosità schizofrenica di immortalarsi con un autoscatto, sull'amore che vince sempre su ogni cosa. Quel che so, è che Spiderman è puro e semplice spettacolo, nel senso viscerale e genuinamente infantile del termine. Ed è per questo che voglio premiarlo, perché per due ore ha dilatato la mia percezione delle cose.
Perché, alla fine, mi ha fatto dimenticare il borsello con soldi chiavi e sigarette nel cinema.
Anche questo è un merito.
Spiderman 2, di Sam Raimi - Usa 2004
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02/10/2004 15:46
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goljadkin a proposito di
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
