Non siate sciocchi. Babbo Natale esiste.
Mentre state aiutando vostra madre in cucina o appuntando gli ultimi biglietti sui regali, Babbo Natale sta svaligiando il vostro centro commerciale preferito.
Mentre eravate in ufficio, qualche giorno prima, o a scuola, o in giro per negozi con la ragazza, Babbo Natale fornicava con delle grassone nel reparto grandi taglie, è andato a puttane, ha detto parolacce davanti ai bambini, si è ubriacato un centinaio di volte e ha preso alloggio da un bambino un po' ritardato, con una nonna dedita alla tivù, al letargo e alla preparazione di panini.
Babbo Natale confonde i folletti con i sette nani, e ha perso ogni interesse per renne, polo nord e per la sua slitta, che è in officina. Ha perso ogni interesse per la vita. In un attimo, accerchiato dalla polizia, il pensiero di un cetriolo di legno macchiato di sangue gli farà cambiare idea.
Bad Santa è una commedia nera solo per finta, ma l'abito le sta benissimo. E' la dimostrazione che si può dire qualcosa di positivo anche dicendo parolacce, picchiando i bambini e pisciandosi addosso. Tuttavia, nonostante gli eccessi e i tanti difetti, Bad Santa è la sceneggiatura che il cinema italiano non sarebbe neanche in grado di abbozzare. Perché in Italia il senso del cinema si è ormai perduto, anestetizzato e buonista com'è, sussurrato, pieno di sorrisi, di persone per bene, e Babbo bastardo è invece una botta di perversione che sovverte l'ordine naturale delle cose e che, concentrando il Santo e Intoccabile Natale in una bottiglia di whiskey, lo lancia per aria con barcollante indifferenza, spaccandolo su un parabrezza di una macchina parcheggiata.
E' un calcio nelle palle alla neve che cade a fiocchi, alle decorazioni dei quartieri residenziali e ai jinglebells assordanti che riempiono i cuori delle famiglie.
Mentre scartiamo i regali sotto l'albero, e ne consegnamo altri, circondati dai parenti, pensiamolo almeno una volta: siamo dei bastardi babbo-natale anche noi.
Babbo bastardo, di Terry Zwigoff, Usa 2003.
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30/11/2004 02:18
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goljadkin a proposito di visioni
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Sapete perché mi faccio chiamare goljadkin?
Perché ho letto "Il sosia" di Dostoevskij, e ne sono rimasto folgorato. Ora, non è che abbia tutta questa voglia di parlare di Dostoevskij. E non ho neanche tanta voglia di parlare di Kafka, di Lang e di Polansky. Non è che sia per forza necessario discuterne se, per un paio d'ore, seduto su una poltroncina rossa con il pop-corn e la bottiglietta d'acqua minerale, al centro dei tuoi pensieri ci va un tipo magrolino e consunto, introverso e riflessivo, solitario e un po' schizofrenico, simpatico ma un po' complottista. Non è detto che si debba necessariamente invocare "L'inquilino del terzo piano" perché c'è un pianerottolo un affittuario e una proprietaria, o Metropolis o Kafka per aver visto una fabbrica espressionista piena di macchinari lugubri e oleosi. Né sarebbe sufficiente tornare a casa e cercare su Google una qualsiasi recensione de "L'idiota", per scoprire se quel libro che Trevor ha sul tavolo del soggiorno abbia qualcosa a che vedere con "L'uomo senza sonno".
Piuttosto, Brad Anderson ha letto "Il sosia" - e anche piuttosto bene -, ha guardato "Psyco" e ha voluto rifarli a modo suo. Con un pizzico di "Memento", forse, paternità di cui oggi tutti i giovani cineasti sono invidiosi, il film che più di ogni altro (forse più de "Il sesto senso") ha inaugurato - come dice, giustamente, kekkoz - il filone delle storie ad incastro con colpo di scena finale in cui tutto torna al proprio posto improvvisamente.
C'è un sacco di Hitchcock, dall'inizio alla fine, musica alla Herrmann, scogliera e occultamento (vano) di cadavere, ma io ci ho visto pure un po' di Cronenberg, e sapete a quale film - recente - sto pensando.
Ma c'è anche tanto, troppo simbolismo da quattro soldi, che forse è una cosa un po' cattiva perché tutto sommato "L'uomo senza sonno" è un film che si lascia guardare e che vorrebbe non prenderti per il culo, anche se non sempre ci riesce.
E' un film onesto, almeno nelle intenzioni. E sono contento di averlo visto.
The Machinist, di Brad Anderson - Usa 2004.
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26/11/2004 01:43
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goljadkin a proposito di
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Presumibilmente appollaiato su un gabinetto a forma di Obi Wan, tutto preso tra lo sforzo e la Forza, agli inizi dello scorso settembre George Lucas ha pensato e fatto rilasciare la seguente dichiarazione (si legge su guerrestellari.it): "ciascun artista ha il diritto di mostrare la propria opera come meglio crede". Illuminante. Peccato, però, che i tre film dell'ultimo cofanetto non abbiano quasi più nulla a che vedere con quelli originali, che sono ormai spariti dalla circolazione e dai circuiti di distrubuzione ufficiali, sostituiti da tre pallidi e perfezionatissimi clone, riveduti e corretti fino alla paranoia, rimasterizzati, rispolverati, sottotitolati, sezionati, videogiocati, documentati, intervistati e commentati nel migliaio di contenuti speciali con cui la Fox ha ingrassato i quattro dvd, in questa divertente e un po' penosa rincorsa al ringiovanimento assoluto, che occulta autentici segni del tempo con strati di inutile phard.
Sarebbe sufficiente dare un'occhiata alla lista delle modifiche: in alcune scene, Lucas - nel suo personalissimo laboratorio di fotomontaggi - ha addirittura sostituito gli attori. E allora sapete che faccio: prendo il filmino del mio compleanno di cinque anni fa e mi aggiorno il taglio dei capelli, mi cambio d'abito ché un tempo mi vestivo coi pulloverini azzurri e ammazzo qualche invitato sgradito rimpiazzandolo con i miei nuovi amici e colleghi di lavoro. E, mentre lo faccio, ascolto questo doppio Rearviewmirror fresco di uscita, in cui Brendan 'O Brien interviene deliberatamente aggiungendo fraseggi di chitarra, insalata di pollo e aceto balsamico, miscelando il tutto in un'orgia di sorrisi liftati alla Renato Balestra.
Per sentirmi meno vecchio anche io.
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25/11/2004 01:24
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goljadkin a proposito di
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Niente cinema da due settimane.
Devo andare a vedere The Machinist di Brad Anderson.
Il perché ve lo spiego poi.
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22/11/2004 02:11
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goljadkin a proposito di
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
