Comincia quasi come un film di Woody Allen. Titoli bianchi sul nero, set di caratteri neoclassico, ma la colonna sonora mi spiazza. Non è il solito clarinetto dixieland, l'orchestrina da middle class progressista. Quella arriva un attimo dopo, quando fa bella mostra di sé il direttore della fotografia. La prima carrellata scivola sull'esterno di un ristorante ed è straordinaria, avvolta di nebbia satura virata sul marrone, in un'atmosfera piovosa, quasi gotica, eppure così naturalmente accomodante, medioborghese. Melinda è una Venere di stracci al centro di un equivoco aristotelico, tragedia che si amalgama con la commedia, nel solito intrecciarsi divertito di gag, paradossi matrimoniali, nevrosi, ansie e riflessioni esistenziali tra i topi (e le vestaglie) del Bronx e lo shopping-più-colazione delle signore di Park Avenue. Ma il film, intelligente e didascalico, più che un Allen brillante è un vero dramma al femminile sul "pasticcio" della vita, con frequenti (e disturbanti) richiami al suicidio, lente carrellate che stringono gli attori all'angolo, in cui sale a galla un nichilismo esasperato mai prima d'ora così tangibile, concreto, persino sul finale, in cui tutto viene spazzato via facendo scivolare improvvisamente dito medio su pollice, nell'ombra del dubbio di un elettrocardiogramma perfetto.
Melinda & Melinda, di Woody Allen - Usa 2004
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30/12/2004 01:29
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letteralmente ossessionato dall' universo medico, hirst ha preso persone, mucche, tori, agnelli, pesci. li ha sezionati, divisi, analizzati. li ha ordinati, sistemati in formaldeide, posizionati in teche pulite e traslucide. ce li ha mostrati con la perizia dello scienziato e senza un pizzico di morbosità. ha sbattuto in faccia ai nostri occhi disgustati la bistecca che ci servono al ristorante insieme al suo originario contesto, ha ingrandito mille volte un pezzetto di pelle e si è divertito a colorare di acceso i peli, i bulbi, il derma e l'epidermide della sua ricostruzione in bronzo. ci ha raccontato a parole sue il dio dell'universo e chi sta cercando di scardinarlo dal suo posto - god è nient'altro che un armadietto di medicinali - ha disegnato i nostri vizi e poi li ha derisi - party time è nient'altro che un enorme posacenere fuori scala stracolmo di pacchetti di sigarette vuoti - ci ha lasciato dire da lontano: guarda che esplosione di colori quel quadro e ci ha beffato da vicino, perché i colori nient'altro erano che farfalle morte spiaccicate nella pittura industriale - fly paintings. e ci ha raccontato il disgusto, forse meglio di qualsiasi altro quadro, film o libro ce l'abbia mai descritto - tele annerite da mosche annegate nella resina - olocausto.
usciamo dai magnifici corridoi di un museo intelligentemente restaurato con una sensazione di fastidio - leggi anche disagio, leggi anche disadattamento. È una mostra che provoca emozioni forti, che non ci mette a nostro agio e ci costringe ad arrovellarci il cervelletto per entrare in sintonia. insomma, è arte.
grazie hirst, davvero.
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a cura di camilla_lo
Galleria di foto goljadkiniane:
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29/12/2004 16:52
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goljadkin a proposito di visioni
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Questo è il microracconto di Federico Forsitto, a noi ci è piaciuto assai.
Voi: diteci voi. (cdm)
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27/12/2004 13:07
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goljadkin a proposito di microracconti
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Trama: Monty è uno spacciatore condannato a sette anni di carcere. Nelle sue ultime ventiquattro ore è a caccia di risposte.L'inizio è sfolgorante. Lucido, bellissimo, lo sguardo incantato verso l'alto delle due torri gemelle fatte di pulviscolo ed energia con cui Spike Lee omaggia l'undici settembre è carico di senso drammatico, e promette bene. Ma il film si perde nella disillusione trasformata in retorica e nel ritmo catatonico in cui tutto sembra andare a rilento, tante cose abbozzate senza un vero trait d'union in cui si mescolano imbarazzanti trovate da gangster movie a strali polemici (ma in realtà orgogliosissimi) davanti ad uno specchio girati in stile documentaristico, e non si capisce fino in fondo se quello che abbiamo visto è un road-movie "in viaggio con papà", un film sull'amicizia, su Bin Laden o sulla mafia russa che ha incastrato uno spento Edward Norton (molto più bravo in Fight Club).
A mio parere il peggior film di Spike Lee, che dimostra essere molto più a proprio agio tra quegli sporchi negri di Harlem che fanno cinque passi per arrivare al canestro.
La venticinquesima ora, di Spike Lee, Usa 2002
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27/12/2004 13:00
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goljadkin a proposito di visioni
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Questo è il microracconto di Lorenzo Nacci, leggetelo e fatevelo piacere. Ne approfitto per annunciare all'immenso pubblico di microlettori e microraccontatori che su gd non saranno pubblicati tutti i microracconti che ci inviate (troppi! troppi!), ma solo quelli che ci piacciono di più. Ciò comporta che i microraccontatori selezionati devono essere molto fieri di loro stessi. Sono bravi. (cdm)
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23/12/2004 21:12
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goljadkin a proposito di microracconti
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Capita una sera di dicembre. Sfogliando la collezione di divx - mentre fuori la tramontana e l'oceano scatenano un'orgia di rumori infernali che neanche Sam Raimi in La Casa - scopro che Elevated di Vincenzo Natali non funziona, e allora mando giù un bicchiere d'acqua e decido di cliccare un paio di volte su Tesis di Amenabar, film del '96, perché - penso - "Mare dentro" è scappato via dai cinema troppo in fretta, "The Others" mi è piaciuto un po' e "Apri gli occhi" non è poi così male. E allora mi accomodo tra le coperte.
Tesis è la tesi di una studentessa di scienze della comunicazione sul rapporto tra violenza e audiovisivi. Timida e introversa in quei suoi capelli corvini sistemati alla viva il parroco, scopre di avere la giusta dose di curiosità morbosa per un corretto approccio filologico agli omicidi, e si lascia avvolgere-coinvolgere nel mondo degli snuff-movie, reality show in miniatura ricchi di squartamenti, torture, pestaggi e colpi alla testa eseguiti da misteriosi uomini incappucciati nei confronti di imploranti vittime sacrificali.
Il film non è male, soprattutto se si pensa alla precoce età di Amenabar (24 anni all'epoca) e al fatto che la storia regge fino alla fine, con onestà e senza colpi di scena improbabili. La tensione è calibrata con senso della misura, soprattutto nella scena dei fiammiferi che è da antologia. Ma la sceneggiatura è un po' didascalica, e i personaggi finiscono per assomigliarsi tutti.
Tesis, di Alejandro Amenabar - Spagna 1996
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21/12/2004 18:15
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goljadkin a proposito di visioni
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Se vi piace, commentate o scrivetegli.
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21/12/2004 13:35
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goljadkin a proposito di microracconti
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Grazie, davvero alla redazione di Kentu per aver parlato dell'iniziativa.
Ringrazio anche quanti hanno già inviato qualcosa; per tutti gli altri - indecisi, incerti sul da farsi, o timidamente interessati - stabilisco una volta per tutte le regole:
1) non ci sono regole.
2) in violazione del punto 1, si pone come unica regola quella dello spazio. 750 caratteri, spazi inclusi, per un microracconto. Questo è un blog fatto - anche - di minispazi, di minirecensioni, di piccole cose da dire. Quelle che ci girano in testa quando siamo in macchina, o quando aspettiamo l'autobus, o quando assistiamo a qualcosa il cui pregio dell'immediatezza non sapremmo descrivere se non in poche parole.
3) il tema è libero.
4) i microracconti devono essere inediti.
Vi aspetto. Perché lo spazio non ci sovrasti.
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20/12/2004 23:30
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goljadkin a proposito di microracconti
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750 caratteri spazi inclusi. Questo è il massimo. Il minimo decidetelo voi.
Quanto basta per un microracconto.
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16/12/2004 20:01
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goljadkin a proposito di microracconti
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per esempio puoi fare clic sul papa e prendere il suo posto e parlare al mondo cattolico. Oppure provare cosa prova una donna quando simula un orgasmo cercando di non essere scoperta.
E ancora memory revisionisti, giochi dei sessi, e torture tubo-flessibili. Sono giochi "intelligenti" ma non come le bombe che colpiscono a cazzo. E' la molle industria. (cdm)
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16/12/2004 15:10
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goljadkin a proposito di web
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.






