La violenza dal vivo
Andare a vedere uno spettacolo della Societas Raffaello Sanzio è un'esperienza straordinaria, un'esperienza che, spero, qualcuno di voi avrà provato. Io avevo già partecipato al loro "Viaggio al termine della notte", quando il non rappresentabile capolavoro celiniano si era trasformato in una messinscena perfetta, tutta vocale e visiva che restituiva esattamente le sensazioni maledette di quella lettura deformando mostruosamente angoli e curvature. Nel frattempo nel teatro contemporaneo è successo altro, nel senso che altri nomi sono saliti alla ribalta occupando i paginoni culturali dei quotidiani a grande diffusione. Uno come Rodrigo Garcia, per esempio. Ero andato a vedere il suo "After the sun" pieno di aspettative e me ne sono uscito pieno di delusione. Il suo nome, invocato a gran voce da critici e recensori di ogni parte del globo, mi è sembrato solo un nome come un altro. Anzi, peggio. Il frullatone di estetica no-global, nudismi e teatro-danza, mi aveva davvero fatto storcere le palle. E allora sono tornato da loro. Tra i pochi, mi permetto di dirlo nonostante non sia un gran conoscitore di teatro, teatranti contemporanei in grado di portare il teatro oltre lo stesso luogo fisico in cui la scena si svolge. L'impatto, come al solito, è fortissimo, violento come una schitarrata dei Ministry, lisergico come un trittico di Bosch: la stanza bianca completamente bianca, uno schermo di plexiglass, preti che giocano a pallacanestro, un dittatore manovrato come un burattino, una donna nuda con un carrello della spesa, e poi, quando suona la campana, l'arlecchino diabolico, il bianco che diventa arcobaleno, le assi di legno del pavimento che si frantumano esplodendo in schegge. Tutto questo è la "Tragedia Endogonidia", un sistema drammatico che la compagnia sta portando in giro per le capitali europee. Sistema perché non ripetizione infinita di testo, ma infinita esperienza che si plasma sul luogo in cui si sta svolgendo. Questa volta era il turno di Roma. Per fortuna.
Socìetas Raffaello Sanzio - Tragedia Endogonidia R.#07
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03/12/2003 17:01
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ilfidanzatodivivi a proposito di
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
