Il cronista Covacich
Mi considero fortunato. Ho recuperato questo prezioso libricino nel reparto usato di Mel Bookstore. Costo 3 euro. Credo, tra l'altro, che sia anche abbastanza difficile da trovare. Prezioso non è un aggettivo che uso facilmente quando parlo di scrittori italiani, ma in questo caso non posso non usarlo. E si, perché "La poetica dell'Unabomber" di Mauro Covacich è un breviario da tenere sempre con sé, un oggetto molto utile per capire l'Italia di Oggi, in altre parole un compendio prezioso, anzi preziosissimo. Di cosa si tratta? Di una semplicissima raccolta di articoli apparsi su svariate riviste d'attualità più alcune "ghost track" (cosi le chiama l'autore) mai pubblicate. Sono, in pratica, articoli di cronaca scritti, però, da un cronista che, a differenza di qualsiasi altro cronista, usa l'Io, che cioè si confronta in prima persona con le vicende che si prende la briga di raccontare, immedesimandosi nella scena. Attenzione, non è una attitudine hemingwayana alla Verità, ma qualcosa di completamente diverso. È l'annullare qualsiasi distanza tra narratore e personaggi narrati, o meglio ancora, una specie d'impossessamento dell'anima degli attori che si muovono sul palcoscenico da parte del regista. In ogni caso l'effetto è dirompente. Le vicende acquistano tridimensionalità, sfondano la pagina e, insieme, la nostra abitudinaria apatia da consumatori d'informazione. La cronaca si trasforma cioè in narrazione e, per la prima volta, ci sembra reale, per la prima volta i suoi personaggi ci sembrano fatti di carne e ossa, proprio come noi. Vi basterà leggere un pezzo per capire quello che sto cercando di dirvi, parla di un tizio che abitava solo nella sua casa in un condominio di Bari e il cui cadavere fu scoperto solo otto anni dopo l'avvenuta morte. È imperdibile. Un pezzo sulla solitudine che è un manifesto letterario. A questo punto mi è venuta voglia di leggere "A perdifiato", il suo ultimo romanzo.
Mauro Covacich - La poetica dell'Unabomber, Theoria 1999
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04/12/2003 14:50
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ilfidanzatodivivi a proposito di
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
