Highway 61 Revisited
Oggi ne parlavo col fidanzatodivivi, di questa tendenza dei critici italiani a chiamare "artigiani" taluni cineasti, quelli che fanno quei film con quel non so che dire... di artigianale, di fatto a mano, di messo lì e sistemato con qualche migliaia di dollari, dollari artigianali, verde scambiato, pallido, con gli inseguimenti contromano, la musica di qualche orchestra rigorosamente artigianale, i vestiti comprati al primo sarto di Little Italy in fondo a destra, sulla quattordicesima, gli attori un po' fuorimano che hanno voglia di riscattarsi, o attori famosi che poi dicono nelle interviste di aver voluto per una volta sperimentare per collaborare con il mio regista preferito di sempre, quello con cui non avevo mai lavorato, certo non è Spielberg ma dai, è bravo, è artigiano, ha un modo tutto suo di girare, per questo lo amo, l'ho sempre amato. Eppure, questi "artigiani" del cinema - gente come Schlesinger, Friedkin, Mann, Frankeneimer, Schumacher, Carpenter (lo dice anche il cognome), il compianto Alan J. Pakula - continuano a stupirci ogni anno, nascosti come sono dietro i minuscoli battage pubblicitari a cui vengono destinati, confinati nei multisala di periferia o nei cineclub fuori stagione. Già, perché, non dimentichiamolo, il miglior action-movie dell'anno, di questo duemilatre che dopodomani chiude le saracinesche a botte di spumante, Tarantino e Matrix, è "The Hunted - La preda", firmato dal più esorcista degli artigiani, il braccio violento dei cineasti di serie a, bi e zeta, quel William Friedkin da sempre sottovalutato, forse perché complesso, non convenzionale, inclassificabile, e bravo, bravissimo. "The Hunted" è una splendida indagine sulla fuga. Su due uomini che tentano di superare ciascuno il proprio conflitto interiore autoesiliandosi. L'uno nella giungla, per non essere costretto a uccidere (un Benicio Del Toro di poche parole); l'altro (Tommy Lee Jones, che di fuggitivi se ne intende) dal suo passato, confinato tra le nevi, come un barbuto yeti metropolitano. E, come in tutto il cinema di Friedkin, il bene e il male si confondono, e i ruoli di preda e cacciatore, di vittima e carnefice, si perdono nel sangue, nei rituali di morte, nell'isterismo urbano, nell'assurdità della guerra, nella tendenza dell'umanità a giungere alla redenzione attraverso il conflitto.
William Friedkin - The Hunted, la preda - Usa 2003
|
29/12/2003 00:32
|
|
|
goljadkin a proposito di
| |







Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
