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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.
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Lei conosce Trakovskij solo da qualche immagine ferma, in realtà, visto che una volta si è addormentata durante la visione di Stalker, soccombendo a un'interminabile panoramica della cinepresa che scendeva verso il primo piano di una pozzanghera su un pavimento a mosaico dissestato. Ma lei non è tra quelli che pensano che ci sia qualcosa da guadagnare dall'analisi delle ipotetiche influenze subite dall'artefice. Il culto delle sequenze è disseminato di sottoculti, che rivendicano ogni possibile influenza. Da Truffaut a Peckinpah a... Gli appassionati di Peckinpah, tra i più improbabili, aspettano ancora che vengano estratte le pistole.
William Gibson, L'accademia dei sogni, Mondadori
C'è poi una scrivania di smalto bianco che funge anche da toeletta e un tavolo rotondo di vetro sul quale è poggiato un cesto pieno una volta di frutta fresca e l'altra di bucce e scarti vari della medesima. Non so se è un'abitudine o se si tratta di un subdolo extra per accattivarsi il giornalista, ma ogni volta che mi allontano dalla cabina per la proverbiale mezz'ora torno e trovo un nuovo cesto di frutta coperto da un aderentissimo cellophane blu poggiato sul tavolo di vetro. E' frutta buona, fresca, e sta sempre lì. Non ho mai mangiato tanta frutta in vita mia.
David F. Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, Minimum fax
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A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
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Berlino è, in questo momento, la capitale di un nuovo mondo. Un mondo proiettato almeno una decina d'anni avanti rispetto a quello che viviamo noi qui. Per chi non ci fosse stato, il consiglio è davvero quello di andarci, rimanendo lontani, però, da isole dei musei e porte di brandeburgo varie, per dedicarsi, invece, alle straordinarie architetture contemporanea e poi ai bar, ai locali e ai parchi. Un segno evidente di quello che sto affermando, e cioè che Berlino sia l'unica città realmente contemporanea del mondo, è rappresentato dalla musica. La musica che viene oggi prodotta a Berlino è praticamente l'unica musica realmente nuova che riesco a sentire in giro. Una musica che è riuscita agevolmente a superare il tracollo dell'elettronica fine novanta (tracollo dal quale in Inghilterra, per esempio, devono ancora riprendersi) incorporandola, e puntando oltre verso frontiere sonore che lasciano davvero senza fiato. Tutto questo per dire che la Morr è la mia etichetta preferita del momento. Almeno due dischi della sua produzione possono essere definiti, senza esagerazione alcuna, dei capolavori. Sto parlando di "Welcome Tourist" di Bernard Fleischmann e di "Observing systems" di Tied & Tickled Trio. Il primo potrebbe sembrare il classico solista da cameretta, uno che si fa le seghe su internet e poi con le dita ancora impiastricciate assembla suoni a caso così tanto per cazzeggiare e, invece, è un genio. Una specie di nuovo Brian Eno che sfonda le porta di qualsiasi percezione. Il suo doppio album è un regalo che non potete non farvi. Discorso che vale anche per il Tied & Tickled Trio, un ensemble che porta a un punto di fusione impossibile Miles Davis e King Tubbby, cioè un jazz molto astratto e spinto verso l'improvvisazione con il calore del dub e dei suoni liquefatti. Queste sono solo parole, è vero, ma potete passare ai fatti: andare sul sito della Morr (un sito con una veste grafica meravigliosa e la cui intro di loading è davvero un capolavoro d'ironia) e sentite con le vostre orecchie. Si, perché per ogni disco ci sono almeno tre pezzi da sentire e gustare senza limitazione alcuna. Però fatemi un piacere, se vi piacciono, non andatevi a scaricare niente. Questi dischi sono oggetti da possedere, da toccare. Roba preziosa.
Morr Music - www.morrmusic.com
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26/01/2004 11:20
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ilfidanzatodivivi a proposito di
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