C'è una cosa a cui penso, seduto nella mia stanza, mentre ascolto glass museum*. E' la cosa in cui Spielberg è maestro, quella che gli riesce meglio di ogni altra: costruire favole per adulti e bambini, sospese a mezz'aria, e intrappolare lo spettatore nella misteriosa alchimia del sogno americano. Per due ore, con stile. Concluse due parentesi fantascientifiche, di cui una mal riuscita, l'aver fatto giocare a guardie e ladri Tom Hanks e Di Caprio in un brillante e disinvolto apologo sulla società americana sembra aver consacrato Spielberg alla commedia. E il suo approccio, pur se in chiave moderna, è squisitamente classico.
Eppure Spielberg non sembra essere più il bambino giocoso dei tempi di capitan uncino: sotto le spoglie di infaticabile sognatore, a metà tra Capra e Wilder, fa capolino quell'amarezza alla Lubitsch, un certo sarcasmo grottesco, e l'esigenza - forse la necessità - di mordere un po'. E così affida a Stanley Tucci il compito di materializzare le paranoie xenofobe degli incubi dell'undici settembre e ricopre l'apolide Tom Hanks di buoni sentimenti e della spigliatezza inventiva di un naufrago perduto in un oceano di carrelli, tapis-roulant, televisori e sale d'attesa. Victor Navorski, novello cast away senza passaporto, ripreso continuamente dalle telecamere dell'aeroporto, è il Truman Burbank del nuovo millennio. Le sue ancore di salvataggio - un afro-americano, un ispanico e un uomo di colore - sono disadattati come lui, e il nemico è l'uomo bianco, un miope bassotto in attesa di promozione, yankee sperticato e supponente (e decisamente simpatico).
Visto così, The Terminal è il sogno americano chiuso in un barattolo di noccioline; è lo scontro - impacciato, grottesco, ma anche cinico e sofferto - tra il Bene e il Male che si fanno largo in un microcosmo tutto in movimento, che si auto-regola da sé, in una disperata autarchia che non si sbottona neanche quando, per una "falla", non può fare altro che etichettare - con quanta spocchiosità - un essere umano "inaccettabile".
Al centro, due storie d'amore: una, la più bella, sfocia in un festoso matrimonio dopo settimane di timida concertazione; l'altra, tra i due protagonisti, scivola su un pavimento bagnato, con tanto di cartelli.
Per fortuna, The Terminal non è soltanto una riuscitissima favola per famiglie. E' una (rin)corsa a ostacoli verso la libertà, una scommessa sulla sopravvivenza, un incontro con un sassofonista, l'attesa.
Ed è, soprattutto, una fontana che non funziona.
* traccia numero due dell'album "Millions Now Living Will Never Die" dei Tortoise, edito dalla Thrill Jockey, 1996.
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23/09/2004 01:45
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goljadkin a proposito di
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
