Quarant'anni fa, divorato dalle fiamme, scompare il vecchio mulino di Waterford, nel Vermont. E' il piccolo, frenetico set di un film in costume, e al timido e rispettoso sceneggiatore viene ordinato di riscrivere la scena principale. Peccato, però, che abbia perso la macchina per scrivere. Peccato anche che l'attrice protagonista si faccia travolgere da un improvviso e ineccepibile rigore morale rifiutando le scene di nudo, e peccato che il sornione divo di turno si lasci coinvolgere in una sordida storia con una minorenne. Tanti, troppi problemi da risolvere per un regista il cui portafortuna è un cuscino con l'inequivocabile scritta "prima di tutto gira, le domande falle dopo", e per un produttore che l'anno scorso ha fatto "undici milioni di dollari", sopraggiunto al suono di arrivano i nostri, deus ex machina grottesco e imperturbabile. Suo sarà il gesto che placherà gli animi degli autoctoni imbizzarriti, tra cui il minuscolo consigliere comunale che minaccia una sgangherata causa contro la produzione.
Che sia o meno questa un'opera minore, non ha importanza. David Mamet è come al solito straordinario nel pennellare i suoi personaggi, senza mai dare una mano di troppo. Leggero, scorrevole, divertente, questo film è quello che tutti dicono e che non ho certo bisogno di ripetere: una satira surreale e grottesca sullo star-system, sul frenetico e implacabile pragmatismo di chi spazza via i problemi a suon di dollari, con telegrafici ordini urlati al cellulare, imperturbabili sviolinate che rimedino a qualsiasi crisi di coscienza, libri di diritto penale alla mano. E' un film sulla seconda chance di un uomo che cova in cuor suo la verità di una testimonianza, e la cui confessione potrebbe rovinargli la vita. Ma un borsone scuro appoggiato al muretto di un bagno salverà la giornata a tutti.
E' Hollywood, come suggerito anche dai distributori italiani, che hanno gentilmente codificato il titolo originale State and Main in una bizzarra coordinata geografica.
Hollywood, Vermont, di David Mamet - Francia/Usa 2000
|
26/09/2004 13:27
|
|
|
goljadkin a proposito di
| |







Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
