Sto leggendo Palahniuk. Sì, quello di Fight Club.
Qualche sera fa mia sorella ha visto Diary sul comò e ha balbettato: "pala... palagniuc?".
"Palahniuk! quello di Fight Club", ho risposto.
Lei ha tirato un sorso di Coca e, battendo le ciglia lentamente, ha replicato: "in che senso?".
"Fight Club, il film, l'hai visto?".
"Sì, almeno tre volte".
"Brava, allora hai presente i dialoghi, i testi. Palahniuk, lui è quello che li ha scritti".
"I dialoghi? cioè intendi quei fuck you, shit, bitch, eccetera?".
...
Sguardo attonito.
...
Questo Diary mi ha preso in ostaggio. E questo post è il comunicato di un libro incappucciato dietro di me, che sto in ginocchio. C'è il rischio che mi decapiti, a meno che non riesca a concluderlo entro una settimana. Ma il punto è: arriverò mai alla quarta di copertina?
Si sa, Palahniuk è sempre Palahniuk (d'altronde, Sanremo è sempre Sanremo) e, come qualche illuminato ha scritto in giro "lui è uno che le cose brutte e dolorose dell'animo nero della vita degli umani e di questa società di merda, le sa". Il fatto, però, che abbia trascorso esperienze piuttosto sfortunate prima di diventare famoso non lo autorizza - credo - a scrivere frasi di sette parole ciascuna.
Che iniziano e finiscono con un punto.
Né - forse - lo autorizza a ritagliare periodi tutti uguali che poi diventano veri e propri tormentoni, reiterate liturgie che sembra non finiscano mai, ché fa tanto artista glamour assai-intellettuale-figo-quanto-basta.
In "Survivor", il tormentone era "il mio lavoro". Pagina duecentoottanta, primo capoverso: "il mio lavoro è nella maggior parte del tempo che mi occupo di fare le pulizie". Pagina duecentosettantuno, capitolo quarantaquattro: "parte del mio lavoro consiste nel sapere in anticipo il menù di una cena che si terrà la sera stessa". Pagina duecentocinquantotto, capitolo quarantatre: "parte del mio lavoro consiste nel sistemare fiori freschi in giro per la casa in cui lavoro". E così via.
I tormentoni, in Diary, sono tanti. Ci sono un mucchio di periodi che iniziano con "per la cronaca,", altri con "immaginati", e poi - cosa buffa - più di un paio di "triangolodellebermudati" sparsi un po' qua e là, neologismo sulla cui bruttezza lascio il beneficio del dubbio, per la curiosità - legittima - di conoscerne il corrispettivo in lingua madre.
L'ultima volta che sono rimasto ostaggio di un librochenonriescoafinire, il libro era Oceano mare.
E quando finisci un libro di cui sei rimasto ostaggio per giornate intere, quando finalmente volti l'ultima pagina e c'è la pagina bianca che precede "stampato il negli stabilimenti di", non sai mai se il libro ti è piaciuto o no. Né, guardando indietro, capisci perché non riuscivi proprio ad andare avanti.
Però è sempre un'esperienza.
Chuck Palahniuk, Diary - Mondadori 2004
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25/10/2004 00:34
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goljadkin a proposito di
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
