Se volessi scrivere qualcosa su The Village dovrei cambiare argomento. Subito.
Per parlarne davvero, dovrei essere cieco come la bella Ivy. O sciocco come Noah, l'immancabile scemo del villaggio. Meglio, dovrei essere di poche parole come Lucius Hunt. E dovrei salire sul vecchio ceppo, allargare le braccia, inalare una manciata d'aria del bosco di Covington e attendere l'arrivo al galoppo di una creatura innominabile che mi faccia cambiare idea.
Perciò mi limiterò a dire che The Village è un'opera straordinariamente bella, visivamente iperrealista, nobilitata dal rispolvero di due grandi (e anziani) attori, inquietante nel magnetismo dello sguardo di Joaquin Phoenix, nel candore addomesticato e innocente di Bryce Dallas Howard e dell'ingenuità trasgressiva e maligna di Adrien Brody.
Il battage pubblicitario scatenato per l'ultimo e miglior film di Shyamalan ha molti punti in comune con quell'assurda opera di convinzione che fu fatta per Signs. Com'era lecito aspettarsi dai suggerimenti dei propri neuroni, The Village non è (solo) un horror di creature malefiche, come all'epoca Signs non fu il "film dei cerchi sul grano" che gli amanti dei telefilm avevano sperato che fosse.
E' invece un film lento, disseminato di indizi, tutto giocato su pochi e significativi scambi di opinione tra i protagonisti, in cui la paura è tema intelligente di riflessione sociologica, imposta dall'alto, subita prima e poi trasformata in comandata e autarchica serenità. E' una paura che sfugge naturalmente al controllo e che neanche l'amore può vincere, se non quello dettato dalle regole di una comunità isolata.
Se volessi continuare a scrivere di The Village dovrei avere paura di me stesso.
E invece è giusto rimanere ciechi davanti a un'opera così bella e lasciarsi avvolgere, in controluce, dalla nebbia rarefatta di un mondo che sfugge alla realtà diventando finzione.
The Village, di M. Night Shyamalan, Usa 2004.
Per parlarne davvero, dovrei essere cieco come la bella Ivy. O sciocco come Noah, l'immancabile scemo del villaggio. Meglio, dovrei essere di poche parole come Lucius Hunt. E dovrei salire sul vecchio ceppo, allargare le braccia, inalare una manciata d'aria del bosco di Covington e attendere l'arrivo al galoppo di una creatura innominabile che mi faccia cambiare idea.
Perciò mi limiterò a dire che The Village è un'opera straordinariamente bella, visivamente iperrealista, nobilitata dal rispolvero di due grandi (e anziani) attori, inquietante nel magnetismo dello sguardo di Joaquin Phoenix, nel candore addomesticato e innocente di Bryce Dallas Howard e dell'ingenuità trasgressiva e maligna di Adrien Brody.
Il battage pubblicitario scatenato per l'ultimo e miglior film di Shyamalan ha molti punti in comune con quell'assurda opera di convinzione che fu fatta per Signs. Com'era lecito aspettarsi dai suggerimenti dei propri neuroni, The Village non è (solo) un horror di creature malefiche, come all'epoca Signs non fu il "film dei cerchi sul grano" che gli amanti dei telefilm avevano sperato che fosse.
E' invece un film lento, disseminato di indizi, tutto giocato su pochi e significativi scambi di opinione tra i protagonisti, in cui la paura è tema intelligente di riflessione sociologica, imposta dall'alto, subita prima e poi trasformata in comandata e autarchica serenità. E' una paura che sfugge naturalmente al controllo e che neanche l'amore può vincere, se non quello dettato dalle regole di una comunità isolata.
Se volessi continuare a scrivere di The Village dovrei avere paura di me stesso.
E invece è giusto rimanere ciechi davanti a un'opera così bella e lasciarsi avvolgere, in controluce, dalla nebbia rarefatta di un mondo che sfugge alla realtà diventando finzione.
The Village, di M. Night Shyamalan, Usa 2004.
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31/10/2004 20:28
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goljadkin a proposito di
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
