Sapete perché mi faccio chiamare goljadkin?
Perché ho letto "Il sosia" di Dostoevskij, e ne sono rimasto folgorato. Ora, non è che abbia tutta questa voglia di parlare di Dostoevskij. E non ho neanche tanta voglia di parlare di Kafka, di Lang e di Polansky. Non è che sia per forza necessario discuterne se, per un paio d'ore, seduto su una poltroncina rossa con il pop-corn e la bottiglietta d'acqua minerale, al centro dei tuoi pensieri ci va un tipo magrolino e consunto, introverso e riflessivo, solitario e un po' schizofrenico, simpatico ma un po' complottista. Non è detto che si debba necessariamente invocare "L'inquilino del terzo piano" perché c'è un pianerottolo un affittuario e una proprietaria, o Metropolis o Kafka per aver visto una fabbrica espressionista piena di macchinari lugubri e oleosi. Né sarebbe sufficiente tornare a casa e cercare su Google una qualsiasi recensione de "L'idiota", per scoprire se quel libro che Trevor ha sul tavolo del soggiorno abbia qualcosa a che vedere con "L'uomo senza sonno".
Piuttosto, Brad Anderson ha letto "Il sosia" - e anche piuttosto bene -, ha guardato "Psyco" e ha voluto rifarli a modo suo. Con un pizzico di "Memento", forse, paternità di cui oggi tutti i giovani cineasti sono invidiosi, il film che più di ogni altro (forse più de "Il sesto senso") ha inaugurato - come dice, giustamente, kekkoz - il filone delle storie ad incastro con colpo di scena finale in cui tutto torna al proprio posto improvvisamente.
C'è un sacco di Hitchcock, dall'inizio alla fine, musica alla Herrmann, scogliera e occultamento (vano) di cadavere, ma io ci ho visto pure un po' di Cronenberg, e sapete a quale film - recente - sto pensando.
Ma c'è anche tanto, troppo simbolismo da quattro soldi, che forse è una cosa un po' cattiva perché tutto sommato "L'uomo senza sonno" è un film che si lascia guardare e che vorrebbe non prenderti per il culo, anche se non sempre ci riesce.
E' un film onesto, almeno nelle intenzioni. E sono contento di averlo visto.
The Machinist, di Brad Anderson - Usa 2004.
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26/11/2004 01:43
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goljadkin a proposito di
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
