adesso ho bisogno di qualcosa di rassicurante, andiamo a vedere gli egiziani per piacere da questa frase è stata suggellata la nostra visita a casa di Damien Hirst, temporaneamente residente al museo archeologico di napoli, dove sconvolge con le sue installazioni surreali improntate al mito del progresso/regresso tecnologico e scientifico.
letteralmente ossessionato dall' universo medico, hirst ha preso persone, mucche, tori, agnelli, pesci. li ha sezionati, divisi, analizzati. li ha ordinati, sistemati in formaldeide, posizionati in teche pulite e traslucide. ce li ha mostrati con la perizia dello scienziato e senza un pizzico di morbosità. ha sbattuto in faccia ai nostri occhi disgustati la bistecca che ci servono al ristorante insieme al suo originario contesto, ha ingrandito mille volte un pezzetto di pelle e si è divertito a colorare di acceso i peli, i bulbi, il derma e l'epidermide della sua ricostruzione in bronzo. ci ha raccontato a parole sue il dio dell'universo e chi sta cercando di scardinarlo dal suo posto - god è nient'altro che un armadietto di medicinali - ha disegnato i nostri vizi e poi li ha derisi - party time è nient'altro che un enorme posacenere fuori scala stracolmo di pacchetti di sigarette vuoti - ci ha lasciato dire da lontano: guarda che esplosione di colori quel quadro e ci ha beffato da vicino, perché i colori nient'altro erano che farfalle morte spiaccicate nella pittura industriale - fly paintings. e ci ha raccontato il disgusto, forse meglio di qualsiasi altro quadro, film o libro ce l'abbia mai descritto - tele annerite da mosche annegate nella resina - olocausto.
usciamo dai magnifici corridoi di un museo intelligentemente restaurato con una sensazione di fastidio - leggi anche disagio, leggi anche disadattamento. È una mostra che provoca emozioni forti, che non ci mette a nostro agio e ci costringe ad arrovellarci il cervelletto per entrare in sintonia. insomma, è arte.
grazie hirst, davvero.
a cura di camilla_lo
Galleria di foto goljadkiniane:
letteralmente ossessionato dall' universo medico, hirst ha preso persone, mucche, tori, agnelli, pesci. li ha sezionati, divisi, analizzati. li ha ordinati, sistemati in formaldeide, posizionati in teche pulite e traslucide. ce li ha mostrati con la perizia dello scienziato e senza un pizzico di morbosità. ha sbattuto in faccia ai nostri occhi disgustati la bistecca che ci servono al ristorante insieme al suo originario contesto, ha ingrandito mille volte un pezzetto di pelle e si è divertito a colorare di acceso i peli, i bulbi, il derma e l'epidermide della sua ricostruzione in bronzo. ci ha raccontato a parole sue il dio dell'universo e chi sta cercando di scardinarlo dal suo posto - god è nient'altro che un armadietto di medicinali - ha disegnato i nostri vizi e poi li ha derisi - party time è nient'altro che un enorme posacenere fuori scala stracolmo di pacchetti di sigarette vuoti - ci ha lasciato dire da lontano: guarda che esplosione di colori quel quadro e ci ha beffato da vicino, perché i colori nient'altro erano che farfalle morte spiaccicate nella pittura industriale - fly paintings. e ci ha raccontato il disgusto, forse meglio di qualsiasi altro quadro, film o libro ce l'abbia mai descritto - tele annerite da mosche annegate nella resina - olocausto.
usciamo dai magnifici corridoi di un museo intelligentemente restaurato con una sensazione di fastidio - leggi anche disagio, leggi anche disadattamento. È una mostra che provoca emozioni forti, che non ci mette a nostro agio e ci costringe ad arrovellarci il cervelletto per entrare in sintonia. insomma, è arte.
grazie hirst, davvero.
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a cura di camilla_lo
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29/12/2004 16:52
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goljadkin a proposito di visioni
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.






