Si fa buio.
Comincia quasi come un film di Woody Allen. Titoli bianchi sul nero, set di caratteri neoclassico, ma la colonna sonora mi spiazza. Non è il solito clarinetto dixieland, l'orchestrina da middle class progressista. Quella arriva un attimo dopo, quando fa bella mostra di sé il direttore della fotografia. La prima carrellata scivola sull'esterno di un ristorante ed è straordinaria, avvolta di nebbia satura virata sul marrone, in un'atmosfera piovosa, quasi gotica, eppure così naturalmente accomodante, medioborghese. Melinda è una Venere di stracci al centro di un equivoco aristotelico, tragedia che si amalgama con la commedia, nel solito intrecciarsi divertito di gag, paradossi matrimoniali, nevrosi, ansie e riflessioni esistenziali tra i topi (e le vestaglie) del Bronx e lo shopping-più-colazione delle signore di Park Avenue. Ma il film, intelligente e didascalico, più che un Allen brillante è un vero dramma al femminile sul "pasticcio" della vita, con frequenti (e disturbanti) richiami al suicidio, lente carrellate che stringono gli attori all'angolo, in cui sale a galla un nichilismo esasperato mai prima d'ora così tangibile, concreto, persino sul finale, in cui tutto viene spazzato via facendo scivolare improvvisamente dito medio su pollice, nell'ombra del dubbio di un elettrocardiogramma perfetto.
Melinda & Melinda, di Woody Allen - Usa 2004
Comincia quasi come un film di Woody Allen. Titoli bianchi sul nero, set di caratteri neoclassico, ma la colonna sonora mi spiazza. Non è il solito clarinetto dixieland, l'orchestrina da middle class progressista. Quella arriva un attimo dopo, quando fa bella mostra di sé il direttore della fotografia. La prima carrellata scivola sull'esterno di un ristorante ed è straordinaria, avvolta di nebbia satura virata sul marrone, in un'atmosfera piovosa, quasi gotica, eppure così naturalmente accomodante, medioborghese. Melinda è una Venere di stracci al centro di un equivoco aristotelico, tragedia che si amalgama con la commedia, nel solito intrecciarsi divertito di gag, paradossi matrimoniali, nevrosi, ansie e riflessioni esistenziali tra i topi (e le vestaglie) del Bronx e lo shopping-più-colazione delle signore di Park Avenue. Ma il film, intelligente e didascalico, più che un Allen brillante è un vero dramma al femminile sul "pasticcio" della vita, con frequenti (e disturbanti) richiami al suicidio, lente carrellate che stringono gli attori all'angolo, in cui sale a galla un nichilismo esasperato mai prima d'ora così tangibile, concreto, persino sul finale, in cui tutto viene spazzato via facendo scivolare improvvisamente dito medio su pollice, nell'ombra del dubbio di un elettrocardiogramma perfetto.
Melinda & Melinda, di Woody Allen - Usa 2004
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30/12/2004 01:29
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
