Morbosamente ossessionato dalla mutazione. La sua poetica, il suo percorso di lettura della vita e dell'umanità è così poco hollywoodiano, non-allineato, anomalo e snob che alla vigilia dei quarant'anni di onorata carriera di regista, sceneggiatore, compositore e attore David Cronenberg è visto ancora come una mosca impazzita, un insetto la cui splendida geometria viene riscoperta ogni anno tra le polverose poltrone dei cineforum d'essai, relagato ai festival senza nome col contentino della giuria. Lui - con quell'aria da entomologo criminale o, semplicemente, da fascinoso professore di letteratura alla Joyce Carol Oates - ha intrapreso sin dagli inizi un percorso di coerenza invidiabile, e le sue opere trasudano un rigore morale ineccepibile, in cui l'amore e la morte si fondono inequivocabilmente, senza speranza, sollevando un respiro da tragedia classica.
L'omaggio è dovuto, non solo per la riscoperta (ci risiamo) di quel capolavoro che è Spider (2002), in cui uno straordinario Ralph Fiennes (pessimo nel pessimo Strange Days) gioca col silenzio e con i brontolii che sottendono ad un matematico e geniale piano criminoso, ma anche per la scoperta (questa volta sì) del secondo cortometraggio della sua carriera. From The Drain (1967), è un allucinato ritratto di due veterani di una guerra di cui non si sa nulla, seduti in una vasca da bagno dal cui tubo di scarico sbucano piante amorfe che strangolano, chiusi in un appartamento pieno di scarpe. Il complotto politico (Scanners, Videodrome), l'anomalia organica (La mosca, Il demone sotto la pelle), le mostruose implicazioni degli studi genetici (Il pasto nudo, Brood la covata malefica), fanno di questi due inseparabili veterani il primo grande approccio di Cronenberg alla poetica della carne. Ne La mosca, descrivendo il suo primo esperimento fallito, Seth Brundle dice: "ho rovesciato il babbuino come un guanto".
E' quello che ha sempre fatto il grande David Cronenberg con il cinema.
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17/02/2005 21:04
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
