Wes Craven è un regista che non piace a nessuno. Se ne sta lì tutto solo da 66 anni e aspetta che qualcuno lo includa nelle classifiche "io amo", accanto a tutte quelle altre cose che si dicono sempre come "serenità", "pace nel mondo", "uguaglianza", eccetera. E' tornato a fare cinema dopo lunghi cinque anni di silenzio e nessuno se n'è accorto. Neanche Gigi Marzullo. Un vero maleficio. E il senso di colpa per non essere ancora andato a vedere Cursed (ho già deciso che mi piace) mi perseguita. L'altra notte ho sognato Wes Craven in tuta da cercatore di funghi. Ho paura che voglia alimentare i miei incubi fino all'inverosimile, come un novello Freddy Krueger. Anzi, in qualità di suo padre creatore. A Nightmare On Elm Street (1984), visto oggi per la prima volta, potrebbe passare quasi inosservato: quel senso della tensione così eighties, l'improbabile acconciatura di Heather Langenkamp... ma - come si dice in questi casi? - il talento visionario di Craven è indiscutibile. Le inquadrature sghembe le ha mutuate da quel paio di film pornografici girati agli inizi della carriera, nel tentativo di abbandonare per sempre la professione di squattrinato tuttofare. Chiamatelo scemo. Poi ha girato L'ultima casa a sinistra (1972) - film che adoro - e soprattutto Le colline hanno gli occhi (1977) che, insieme con Non aprite quella porta di Tobe Hooper, resta forse il film per eccellenza sull'opportunità di non abbandonarsi a lunghe gite fuori porta senza un'automobile di cui si abbia cieca fiducia. Il capolavoro però si chiama Il serpente e l'arcobaleno (1988), riflessione fantastica e riuscitissima sull'inconscio (chi si ricorda la prima sequenza?) e brillante rilettura politica sui morti viventi, oppositori del regime sanguinoso e spietato del dittatore Duvalier. Il resto piace solo agli aficionados sfegatati, di quelli che si strappano i capelli o che vanno ai festival di Avoriaz. Pur non facendo nessuna delle due cose, non ho potuto rinunciare ad avere il dvd di Summer of Fear (1978), semi sconosciuto film degli esordi confezionato per il pubblico televisivo, protagonista una Linda Blair in forma smagliante (non scherzo) e carico di tensione soporifera. Poi c'è il divertissement trilogico di Scream, ma di quello lascio parlare voi.
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06/04/2005 21:34
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
