Bruiser
Non mi avevano avvertito. L'ultimo lungometraggio di George A. Romero risale a pochi anni fa, si chiama "Bruiser - la vendetta non ha volto" e fu presentato al Torino Film Festival nel 2001. In quell'anno, anzi, il festival gli consacrò un'intera rassegna. Ma di lui ormai ricordiamo solo quel che vale la pena di ricordare, e cioè la trilogia per cui è passato alla storia e che addosso gli rimarrà attaccata per sempre, proprio come la maschera di Henry, uomo mediocre con un bel po' di problemi che un mattino si ritrova senza faccia e decide di fare piazza pulita come un novello Pierrot assassino, lo zombie della new-economy. E allora strangola e impicca la moglie che l'aveva tradito per anni con il suo capoufficio, il direttore della rivista "noi-facciamo-tendenza" Bruiser, spara al suo migliore amico che gli ha fregato un po' di soldi per comprarsi una Mercedes, riempie di botte la governante di cui non si fida più e in un gran finale arrostisce l'apparato riproduttore e il cervello dell'odiato capoufficio, un Peter Stormare (Bad Company, Minority Report) sopra le righe, fuori misura, eccessivo, torvo, insopportabile. Sul film, girato per evidenti ragioni di sussistenza, non voglio dire altro. Anche perché l'ho già dimenticato. Ma non posso dimenticare Romero, forse il più grande genio del cinema horror a colori, perso in un mare di pellicole mediocri e malriuscite dopo l'exploit negli anni settanta con il film che gli avrebbe cambiato la vita. "La notte dei morti viventi", girato con alcuni amici nel 1968, ribaltava le carte e si presentava allo stanco pubblico "hammeriano" con una straordinaria carica innovativa. Il film avrà due seguiti, "Zombi" e "Il giorno degli zombi", altrettanto belli e sapientemente scritti e girati. E il resto? Tante scommesse rimaste sulla carta, se si escludono "La città verrà distrutta all'alba" e "Wampyr". Da anni il cinema di Romero ha perso l'incisività, la forza di stupire e di contravvenire alle regole, il coraggio di non allinearsi e di denunciare. Il suo cinema, come Bruiser, è senza volto, privo di identità. Confidiamo in un nuovo risveglio, senza maschere.
George A. Romero - Bruiser la vendetta non ha volto, Usa-Francia-Canada, 2001.
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09/09/2003 14:55
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goljadkin a proposito di
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
