Il discutibile titolo italiano nasconde un film gradevolissimo, leggero e piacevole, di quelli che potete guardare mentre raccogliete il bucato pulito la mattina o mentre navigate sul portale della vostra regione per dare un'occhiata alle graduatorie dei concorsi pubblici. Nulla di impegnativo, ma pur sempre un Allen: brillante e musicale, guida lo spettatore nelle ossessioni di Emmet Ray, tra i locali notturni rivestiti di anni trenta e le strade polverose di una irriconoscibile Manhattan. Sean Penn è bravo nel colorire di disperazione grottesca un chitarrista jazz che si crede il migliore del mondo, lasciando trasparire tutta l'inadeguatezza di un uomo che - trascinato da una passione viscerale e infantile per la musica, abbagliato dalla convinzione di essere un Vero Artista e condannato dall'incubo del complesso di inferiorità nei confronti di uno "zingaro" Django Reinhardt - sbaglia praticamente tutto: abbandona Hettie, una lavandaia taciturna e dolcissima, e sposa Blanche - donna sofisticata e affascinante, personaggio in cui Woody Allen trasferisce una parte del proprio bagaglio di nevrosi e di idiosincrasie intellettuali, interpretato da una straordinaria Uma Thurman, tutta presa nel voler dare un senso, un'interpretazione colta o una spiegazione concettuale a quello che le sta intorno. Non è un film minore, per due sostanziali ragioni: perché non esistono film minori, e perché un regista non sceglie mai a priori di voler girare un film minore. E' però un film piccolo piccolo, lontano anni luce dalle paranoie, dalle fobie e dagli andazzi paramatrimoniali delle commedie classiche di Allen, divertente e ben recitato, con una sottilissima riflessione sulla solitudine e sul libero arbitrio, o su quello che volete voi. Un piccolo gioiellino, insomma.
Accordi e disaccordi, di Woody Allen - Usa 1999
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05/04/2005 20:05
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Dichiaro chiuso il sondaggio. Con cinquantatre voti totali, i blogger sconfiggono la mia personale convinzione che il più brutto film di Woody Allen fosse Criminali da strapazzo (non mi ha fatto ridere, non mi ha fatto pensare, non mi ha fatto niente) e eleggono a opera dimenticabile e superflua della sua filmografia un cortometraggio scritto e diretto per il film New York Stories, che vince con netto distacco. Segue Hollywood Ending, di cui se ne può fare tranquillamente a meno. Qualcuno ha persino votato Radio Days. Abbia il coraggio di lasciare un commento! Nel frattempo, anticipazioni raccontano che il Nostro stia lavorando a Londra con Scarlett Johansson (già vista, e apprezzata - almeno esteticamente - nel controverso Closer). Nella speranza che possa regalarci un film che non possa mai entrare in un sondaggio come questo, vi saluto e vi ringrazio, davvero.
| Anything Else | 17% | |
| Hollywood Ending | 20.8% | |
| Celebrity | 13.2% | |
| Il dormiglione | 0% | |
| Melinda & Melinda | 7.5% | |
| Radio Days | 1.9% | |
| Criminali da strapazzo | 9.4% | |
| Il terzo episodio di New York Stories | 30.2% | |
| Voti Totali: 53 | ||
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27/02/2005 11:18
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Sull'onda del successo del post precedente, in cui molti hanno voluto omaggiare Woody Allen con "il mio film preferito è", propongo un contro-sondaggio (che vedete temporaneamente sistemato nello spazio un film, in attesa di microspazi più pertinenti) sul film più brutto (a vostro parere) del Nostro, quello che avete dimenticato rapidamente, che non prendete neanche in considerazione. Io ho già votato. Ai postumi l'ardua sentenza, che mo' scappo che Clint Eastwood comincia tra un paio d'ore.
UPDATE: Melinda & Melinda contende a Criminali da strapazzo la palma per il peggio film di Woody Allen scelto dai blogger.
Million Dollar Baby -visto ieri- è davvero un film irrinunciabile, indimenticabile e... qualche altro aggettivo iperinflazionato. Recensione imminente.
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22/02/2005 20:33
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Il più bel film di Woody Allen è una straordinaria, viscerale dichiarazione d'amore a una città piena di contraddizioni, bellissima, multiforme, orgogliosa, satura di contrasti come il bianco e nero di Gordon Willis, e maledettamente e classicamente americana come la Rapsodia in Blu di George Gershwin. Abbandonati i panni di improbabile dittatore, di impacciato furfante e di clown chapliniano, Allen orchestra un immenso tributo a Bergman nell'opera che è unanimamente considerata la vetta stilistica di quel complesso percorso iniziato due anni prima con Io e Annie (1977) e proseguito con Interiors (1978). Al suo primo film in bianco e nero, Allen gioca magistralmente con il chiaroscuro disegnando la skyline di New York in immagini di rarissima eleganza, amplificando le suggestioni architetturali della città di cui è innamorato, caricando le inquadrature di una forza lirica raffinatissima, narcisistica e contagiosa che difficilmente troverà spazio nei film successivi.
Al contrario, avvolge tutti i suoi personaggi nel buio delle nevrosi e delle contraddizioni, nelle sfumature della solitudine (Yale non ha il coraggio di lasciare la moglie per una storia che non sa se funzionerà) e del disagio (Mary non sopporta di essere l'amante di un uomo sposato). Non a caso, le uniche superstiti di questa continua ricerca del fuoricampo e del rarefatto sono la ex-moglie (Meryl Streep), che sembra brillare di luce propria, detentrice di una invidiabile integrità morale, e la diciassettenne Tracy (Mariel Hemingway), icona della sensibilità e dell'innocenza, la cui improcrastinabile partenza per Londra - fulcro culturale dell'Europa - metterà in crisi Ike, totalmente in balia dello spettro della contaminazione, ipocondriaco di razza persino nel difendere le radici americane. Manhattan è un capolavoro imperdibile, sarcastico divertente e ironico, summa della poetica di Woody Allen. Un piacere per gli occhi e per la mente, una difesa contro tanto scapestrato cinema moderno, da assumere almeno una volta al mese. Prima e dopo i pasti.
Manhattan, di Woody Allen. Usa 1979
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21/02/2005 01:42
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Comincia quasi come un film di Woody Allen. Titoli bianchi sul nero, set di caratteri neoclassico, ma la colonna sonora mi spiazza. Non è il solito clarinetto dixieland, l'orchestrina da middle class progressista. Quella arriva un attimo dopo, quando fa bella mostra di sé il direttore della fotografia. La prima carrellata scivola sull'esterno di un ristorante ed è straordinaria, avvolta di nebbia satura virata sul marrone, in un'atmosfera piovosa, quasi gotica, eppure così naturalmente accomodante, medioborghese. Melinda è una Venere di stracci al centro di un equivoco aristotelico, tragedia che si amalgama con la commedia, nel solito intrecciarsi divertito di gag, paradossi matrimoniali, nevrosi, ansie e riflessioni esistenziali tra i topi (e le vestaglie) del Bronx e lo shopping-più-colazione delle signore di Park Avenue. Ma il film, intelligente e didascalico, più che un Allen brillante è un vero dramma al femminile sul "pasticcio" della vita, con frequenti (e disturbanti) richiami al suicidio, lente carrellate che stringono gli attori all'angolo, in cui sale a galla un nichilismo esasperato mai prima d'ora così tangibile, concreto, persino sul finale, in cui tutto viene spazzato via facendo scivolare improvvisamente dito medio su pollice, nell'ombra del dubbio di un elettrocardiogramma perfetto.
Melinda & Melinda, di Woody Allen - Usa 2004
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30/12/2004 01:29
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
