Ciò che penso dell'ultimo lavoro di Chris Martin e compagnia potrebbe tranquillamente essere riassunto dall'ultima vignetta di camilla_lo, che mi ritrae nella mia Peugeot in piena elaborazione manicheista di giudizio. La cornice non è casuale: con un lavoro che mi tiene costantemente davanti ad un PC senza casse tutto il giorno, è solo in macchina che - la sera - riesco ad ascoltare tutto ciò che riesco a procurarmi. E tra un tombino, qualche cunetta e una strombazzata bestemmia - potete immaginare - non è facile assimilare ciò che passa l'autoradio. X&Y, al primo ascolto, è un album discreto, ma senza inventiva e soprattutto totalmente privo di quell'imbarazzante coinvolgimento emotivo massimalista di cui eri vittima al cospetto dei precedenti lavori. In altre parole, solo un continuum spazio-musicale, qualche piccolo clone di The Scientist, le consuete atmosfere aggraziate e sussurrate dal falsetto candido come seta dell'accento inglese di Chris, e niente più. Poi ti capita un viaggio andata e ritorno di circa cinquecento chilometri per ricordarti come è fatta la spiaggia davanti casa, e suggerisci all'autoradio di ripetere l'album all'infinito - opportunamente interrotto dai segnali TA del traffico. Ti accorgi allora di essere davanti a qualcosa di più di quattro canzonette suonicchiate per compiacere gli amanti dello zucchero, ed ecco che X&Y cambia volto, soprattutto dalla canzone numero otto a finire, tutte belle, malinconiche, divertite, corali e insolitamente sperimentali. Certo, abbiamo a che fare con un prodotto mainstream - e sappiamo che i Coldplay hanno fatto dell'easy listening il proprio marchio di fabbrica. Ciononostante è musica ben suonata, straordinariamente evocativa, trascinante e rilassante. Chris Martin non ha voglia di far male a nessuno, ma non perché non ne abbia il coraggio: è che non ne ha voglia. Til Kingdom Come è un finale fatto di country all'inglese che non ha nulla da invidiare alle assolate suggestioni americane, mentre con Talk e Square One i Coldplay si divertono con l'elettronica, senza strafare (anche se verrebbe da chiedersi: perché?). Fix You è una ballad incrementale che inizia in silenzio e poi sfoggia un paio di minuti strumentali di esplosivo rock melodico, mentre Speed Of Sound è probabilmente solo un ritornello prolungato di Clocks. In mezzo a omaggi evidentissimi alle chitarre di The Edge (White Shadows) e citazioni indovinate tra Radiohead e Muse (Twisted Logic) spicca il pezzo più bello (e ingenuo) dell'album, A Message, chitarra acustica pianoforte e le solite cose. I Coldplay sono troppo innamorati del proprio sound per tentare un'evoluzione radicale, lontani anni luce come sono dal quell'inaspettato e graditissimo processo di maturazione che invece ebbero i Radiohead con OK Computer. Ma va bene così, tutto sommato.
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21/06/2005 01:19
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su The Blog Observer la prima lista ufficiale alberogenealogica di una parte degli aderenti alla catena!
Non ho idea di chi abbia inventato l'ultima scemenza in fatto di autoreferenzialità da blogger radical-chic, ma il fatto che la apostrofi così non vuol dire che non voglia parteciparvi (grazie a Fringe per l'invito). Il che è grave, se pensate che questo blog ho sempre detto voler usarlo solo per le mie masturbazioni pseudocinefile e ciaruffolate varie. Così, se vi piace...
1. Volume di file musicali sul pc
circa 5 giga. Ma c'è un intendente di finanza dietro tutto ciò?
2. L'ultimo CD che ho comprato
non ho capito l'ultima parola, ad ogni modo credo Terje Rypdal, al liceo.
3. Ciò che sta fuoriuscendo dalle mie casse in questo momento
niente, però ci faccio più bella figura se apro winamp e metto su l'ultimo di Elvis Costello, tanto per fare l'esistenzialista.
4. Cinque canzoni che ascolto spesso ultimamente
preferisco la talk radio, però cinque canzoni ce le ho: High di James Blunt, Blue monday di Pastel Vespa, At Least That's What You Said di Wilco, Before I Leave di Fennesz e Sunday Sun dell'intramontabile Beck.
5. Cinque persone a cui do la possibilità di far scoprire agli altri che ascoltano musica intellettuale
ennioveruziis, interrogator, absolutelyfiction, voulezvous e marquant. Qualcuno di loro avrà sicuramente già ricevuto l'angosciante invito da qualcun'altro ma, poiché nessuno si è preso la briga di razionalizzare cotanta prevedibile dispersione in una lista globale di partecipanti aggiornata ogni quarantadue secondi, non resta altro che affidarsi al destino.
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23/05/2005 18:38
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goljadkin a proposito di ascolti
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Chi al liceo ascoltava i Labradford forse sa che Mark Nelson, chitarra e voce, è uno dei più eclettici e visionari musicisti americani. "Quiet City" è il suo lavoro da solista dell'anno solare appena trascorso, e tenterò di descriverlo facendo a meno della parola suggestivo. Ma è difficile, lo confesso. Questo disco è un vero piacere sensoriale, per la raffinata capacità di evocare percorsi immaginari che nulla hanno a che vedere con la realtà frenetica che ci circonda. E' un paesaggio notturno di neve deserta, una collina infiammata dal sole in cui tutto va a rilento o, perché no, un pezzo di buio. Personale e rassicurante, di cui essere gelosi. Lento, introspettivo e realmente affascinante, impreziosito più che mai dall'intervento di strumenti "veri" (a fiato e a corda), è una vera e propria fuga nell'immaginario che desideriamo, ma presumibilmente anche un lavoro concettuale e estremamente cerebrale per chi è abituato ai soli di chitarra di Mark Knopfler.
Pan American, "Quiet City" - Kranky 2004

Chi ascoltava i Death Cub For Cutie forse sa che dalla mente di Ben Gibbard è nato, qualche anno fa, il progetto Postal Service. Si mormora che egli si tenesse in contatto con l'altro musicista del duo, Jimmy Tamborello, usando appunto il servizio postale americano. C'è chi, meno "romanticamente", parla di semplice scambio di e-mail. Fossero anche segnali di fumo, poco importa. Il disco è spumeggiante, un fresco e divertito synth-pop che oscilla tra i Notwist e i Sunny Day Real Estate, forse persino troppo positivo, beatlesiano e solare, in cui l'uso dell'elettronica è volutamente provocatorio, eccessivo, quasi folkloristico. L'inconsueta armonia tra melodie malinconiche e ritmi alla beach-boys lo rendono uno dei dischi più interessanti degli ultimi anni, benché manchi di quello spunto geniale che l'avrebbe fatto consolidare nella memoria.
The Postal Service, "Give Up" - Subpop 2003
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18/01/2005 00:52
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goljadkin a proposito di ascolti
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E' nato un fantasma è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. Però non diciamolo, che pare brutto. Almeno per rispetto nei confronti di chi, adesso, sta mormorando: "ma chi è questa gente?".
Io non ne sapevo niente. Li ho conosciuti qualche ora fa, e me ne sono innamorato follemente. Perciò mi piacerebbe che qualcuno di voi prendesse seriamente in considerazione di procurarsi "A Ghost Is Born", perché la musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
Lo dico col cuore, è davvero tra i più bei dischi che ho sentito quest'anno.
Wilco :: "A Ghost Is Born", Nonesuch 2004
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16/12/2004 01:55
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goljadkin a proposito di ascolti
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




