The Butterfly Effect è una delusione. Sei anni per scrivere uno script pieno di buchi e incongruenze, che rimescola l'antico dilemma del viaggio nel tempo centrando poco l'obiettivo e attingendo a piene mani da tutta la filmografia circostante, recitato male e diretto in modo imbarazzante da Eric Bress e J. Mackye Gruber, sui quali nulla so e niente voglio sapere. Certo, l'atmosfera iniziale tutta giocata sul paradosso temporale è coinvolgente, ma il resto si arena sulle secche paranoiche di dialoghi noiosissimi, in una messa in scena inspiegabilmente dilatata che funziona alla perfezione come rilassante sonnifero dopo una giornata di lavoro.
La notizia vera, come ho scritto su cineblog, è che la Universal ha acquistato i diritti di distribuzione dell'ultimo capolavoro (qualche dubbio?) di De Palma, The Black Dahila. "E' un film che riporta De Palma ai fasti de Gli Intoccabili" - si legge su TheMovieBlog - "Sono rimasto sbalordito. E' sempre più raro avere a che fare con un progetto che combina una storia eccellente ad un talento fuori dal comune". Firmato Marc Shmuger, che degli Studios è il vice presidente. Protagonisti Scarlett Johansson e Josh Hartnett, che in Sin City è quello che se ti invita a fumare sono cazzi.
E' un fine mese in dolce attesa: non solo Spielberg, ma anche Romero. Chi vuole giocare a recensire quest'ultimo senza neanche vederlo?
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11/06/2005 13:39
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Nel cinema di Brian De Palma c'è sempre qualcuno che osserva. Attraverso obiettivi di macchine fotografiche, telescopi o proiettato da microfoni direzionali, il suo sguardo è in perlustrazione, scivola su scalinate di stazioni e chiese, a caccia di certezze tra corridoi e gallerie, stimolato dalla morbosa esigenza del dubbio. E' uno sguardo cui viene sempre concessa l'occasione di giungere alla verità: succede in Body Double (1984), in cui un attorucolo voyeur assiste all'omicidio della dirimpettaia spogliarellista; succede ne Il falò delle vanità (1990), in cui uno scrittore da quattro soldi è coinvolto in uno scandalo politico più grande di lui: succede in Carlito's Way (1993), dove un gangster esce di prigione per costruirsi un nuovo e incontaminato futuro; succede in Femme Fatale (2002), in cui Nicolas Bardo è un paparazzo sull'orlo del fallimento professionale coinvolto in una storia d'amore onirica e distruttiva, piena di tasselli da completare. Tutto il cinema di De Palma racconta l'estetica dello sguardo dalla parte dei perdenti. I suoi personaggi - quando non sono spacciatori o criminali - appartengono alla deriva dell'umanità, soffocati dall'umiltà dei loro sogni, dal grigiore dei loro abiti, dalle idiosincrasie di un mondo incontrollabile che finisce per sovrastarli. In Blow Out (1981), il protagonista è un fonico di cinema porno con la fedina penale sporca. Carrie (1976) è una ragazzina timorata dalle stregonerie religiose di una madre impazzita. In Omicidio in diretta (1998), l'indagine è affidata ad un poliziotto eccentrico e corrotto. Il padre di una bambina è uno schizofrenico assassino dalla Doppia personalità (1992). Con l'unica eccezione de Gli intoccabili (1987)- straordinario punto di contatto tra cinema epico e western d'autore - e le recenti due incursioni di De Palma nel cinema dei supereroi hollywoodiani, tra Tom Cruise agente segreto (improbabile il parallelo con John Woo) e Tim Robbins sacrificato astronauta: ma sono, queste, parentesi commerciali necessarie per la sopravvivenza, perché - in fondo - quello di De Palma è un cinema che il grande pubblico si ostina a rifiutare, abbagliato com'è dall'estetica del montaggio frenetico, dai fenomeni da baraccone, dai freak delle saturazioni gore, dalla narrativa da discoteca. Un piano sequenza non fa più notizia. Il ralenti stanca. Meglio un videoclip.
Sondaggio: il film più eccitante della vostra vita. Indiscutibilmente.
Raccontate, commentate. Voglio vedervi arrossire.
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16/03/2005 21:14
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
