Con questo post fresco di stampa ha inizio ufficialmente la mia collaborazione a Cineblog.it, del network Blogo.it - di cui pubblicherò i feed con i nuovi articoli da qualche parte a sinistra.
La notizia è che John Maybury è infuriato. Da quanto si legge nell'intervista rilasciata a Filmforce.com, il semi-sconosciuto regista di The Jacket (in uscita sugli schermi italiani il prossimo 7 luglio) ha preso di mira - con un linguaggio colorito - i due film pluripremiati di quest'anno: Million Dollar Baby e The Aviator. Attaccando Clint Eastwood, Maybury non riesce a spiegarsi come il regista di uno dei suoi film preferiti di sempre ("Play Misty for Me", conosciuto in Italia come Brivido nella notte, del 1971) possa essere stato trattato così bene dall'Academy. Senza messi termini, definisce Million Dollar Baby a piece of shit e passa avanti, concentrando le proprie ire sul montaggio di The Aviator. Il fatto che Thelma Schoonmaker abbia vinto come miglior montaggio non gli va giù: il film di Scorsese doveva essere 35 minuti più corto per assurgere a vero capolavoro. Se lo dice lui...
Adesso. Il 7 luglio mi proietto al cinema di primo pomeriggio per assistere a The Jacket, con una tale pletora di pregiudizi dall'esserne sotterrato, e già godo all'idea di poterlo disintegrare in un laconico post estivo senza neanche una foto. Come sempre, su questi schermi.
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08/03/2005 01:35
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28/02/2005 09:02
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Ho voluto metabolizzarlo. Assimilarlo, respirarci su, distogliere lo sguardo - guardare altrove - sentirlo riaffiorare ogni giorno. Million Dollar Baby è il film più bello che abbia visto da diversi anni a questa parte. Se, per amore delle statistiche personali, deve esistere un miglior regista americano vivente, questi è Clint Eastwood. La sua venticinquesima (ora) regia è un'opera di straordinaria intensità e, se l'Oscar davvero valesse qualcosa, meriterebbe di sbaragliare lo scialbo e sopravvalutato film di Scorsese, che non ha la sincerità, il senso della misura, la forza espressiva del capolavoro. Basterebbe tutta la prima parte di Million Dollar Baby - tre vite chiuse in una palestra, cuoio corde guantoni e odore di candeggina - per commuoversi dinanzi a tanta dolcezza, poi la storia prende d'improvviso un'altra piega, la voce fuori campo allenta il piglio e la grande, classica retorica di Eastwood si mescola alla paura, al dubbio, al religioso senso del dovere di dare una svolta alla propria vita, contro ogni morale. Frankie è forse l'uomo più profondo, disilluso, forte, testardo e vincente che ci abbia mai regalato Eastwood, che lavora sulle pause, sulle occhiate, sui sorrisi accennati, su quel modo sciovinista e un po' curioso di aggrottare le sopracciglia inforcando gli occhiali, con un libro di gaelico ad accompagnarlo come fosse un breviario. Hilary Swank è Maggie, combattiva e tenace, un sorriso ingenuo di disarmante tenerezza, e occhi che sanno invocare aiuto anche dopo una vittoria. Morgan Freeman è Scrap, ex-pugile, voce narrante nostalgica e carica di umanità, che Eastwood riempie con la battuta più significativa del film: nella boxe tutto è innaturale, tutto va al contrario. Come nella vita. Così, il riscatto professionale e personale di due uomini e una ragazza passerà attraverso un dolore irrinunciabile che finirà per dividerli, per sempre, perché è contro la sofferenza che bisogna muoversi, spostare quell'alluce, per imparare a proteggersi.
Million Dollar Baby, di Clint Eastwood. Usa 2005
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25/02/2005 01:30
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In attesa che Million Dollar Baby vada a contendersi le statuette con The Aviator nella imminente, festosa e immancabile celebrazione del mito hollywoodiano, sarebbe un delitto non cogliere l'occasione per un meritato tributo al più classico e indipendente tra i cineasti americani, una maschera piena di rughe dallo sguardo granitico e inflessibile, autore di alcuni tra i più importanti e significativi film dell'ultimo ventennio. Clint Eastwood, repubblicano fino all'osso ma mille miglia più a sinistra di chi si è sempre rifiutato di guardare i suoi film perché "di destra", ha intrapreso - lentamente, e con crescente consapevolezza - un percorso autoriale straordinariamente coerente, benché pieno di conflitti. Il suo cinema, depositario di un linguaggio che non esiste più (quello degli Hawks, dei Siegel, dei Ford, dei Fuller), è il cinema della tradizione classica americana che si interroga sul presente con la malinconia e la raffinatezza dei grandi romantici, che vive uomini e situazioni con lucida e serena virilità. Un mondo perfetto non sfugge al copione: la struggente storia di un uomo che, dopo essere evaso e aver rapito un bambino, si lancia in una disperata fuga verso la libertà. Kevin Costner è bravissimo a tracciare le linee guida di un personaggio pieno di sfumature. Clint Eastwood, texas ranger disilluso e burbero, conduce la caccia ma è come se facesse di tutto per tenersi fuori: in un mondo "perfetto", i buoni vincono sempre sui cattivi, anche quando non serve.
Un mondo perfetto, di Clint Eastwood. Usa 1993
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09/02/2005 01:00
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.

