Sono in piena overdose da sindrome catastrofica. Prima di assorbire come carta da cucina queste prime sette puntate di Lost (grazie a simak) avevo assistito - qualche settimana fa - ai morti viventi di Brian Yuzna, film mal recitato eppure contraddistinto da una struggente storia d'amore macchiata di sangue, sporca di vomito, brandelli di carne e cenere. Avevo rivisto, dopo i lontani fasti liceali, quel piccolo gioiello che è Rabid di Cronenberg, in cui l'ombra del contagio si specchia nitida nello sguardo vitreo di una ragazza inconsapevole e assetata. Poi ho conosciuto - quasi per caso - Joe R. Lansdale, che mi ha calato nella più angosciante e grottesca orgia di vita e di morte a cui avessi mai assistito, l'Orbit, nella lunga notte del drive-in. Rivoltato come uno straccio, ma felice, ho divorato queste prime sette puntate di Lost una dietro l'altra, affezionandomi ai protagonisti e crogiolandomi nel crescente sentimento di dipendenza, come si conviene al perfetto spettatore di fiction televisive. Il dottore altruista, la bellona dal passato criminoso, il chiattone introverso che si rivolge agli altri chiamandoli "coso", la biondina snob, l'iracheno ottimista e pragmatico, il bassista drogato e insicuro, l'esploratore saggio e magnetico, e tutti gli altri, hanno in comune la spiacevole circostanza di essere precipitati su una splendida isola deserta di acque innominabili, fuori rotta, con qualche cesto di viveri e un po' di bottiglie d'acqua. Il telefilm funziona, coinvolge e tiene col fiato sospeso, eppure - dopo duecentottanta minuti - ti accorgi che c'è qualcosa che non va. Nel romanzo di Lansdale centinaia di uomini sono intrappolati in un drive-in, avvolto da una misteriosa notte eterna e ostile, che divora chiunque tenti di scappare. In preda alla disperazione più cieca, finiranno per mangiarsi l'un l'altro, organizzandosi in confraternite, eleggendo un capo e scivolando in un'agonia perpetua, fino alla liberazione. In 28 giorni dopo di Boyle un gruppo di resistenti cerca la via di fuga da una Londra affollata di zombie. Credono di aver trovato la libertà in un comando militare, che rovina sotto un'illusione di autosussistenza. Certo, quest'isola così azzurra e incontaminata ha tutta l'aria di assistere in silenzio (a parte l'inspiegabile presenza di un orso polare), senza aggredire. Ma la riflessione viscerale che dovrebbe muovere qualsiasi istinto superstite ad una catastrofe, e cioè la lotta alla sopravvivenza, in Lost manca del tutto. Congelato com'è dalle strategie tipiche della fiction, l'amore, gli sguardi, le piccole ostilità, le invidie, le carezze. Queste biondine e questi dottori sono sinanche troppo belli per abbozzare una lotta nel fango. Razionano l'acqua, ma spunta una sorgente. E vanno a caccia di cinghiali come fossero scoiattoli. Compaiono asce per tagliare la legna (in un aereo?) e si riscaldano attorno alle fiamme dei falò, come nelle notti di ferragosto. Non hanno niente di "perduto", anzi: in ciascuna delle cinque puntate successive all'episodio pilota uno di loro a turno fa i conti col proprio passato, ritrovando se stesso. Molto altro deve ancora venire. Così, sospendo l'incredulità e ritorno alla dipendenza. Ho altre dieci, quindici puntate da scoprire. Intrighi amori e passioni di un gruppo di superstiti già sopravvissuti.
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17/05/2005 01:50
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Cari duellanti,
ho attraversato, da lettore appassionato, le diverse fasi della vostra tormentata sopravvivenza editoriale. Il periodo in cui stampavate in bianconero, su carta da falò, sottile e rumorosa, impossibile da nascondere in aula durante un'interrogazione. Il periodo in cui vendevate in edicola lamentando mancanza di fondi - più di quanto non facciate tuttora -, di copertine bruttissime impaginate come in un cineforum di provincia, e di angoli della posta in cui tentavate di chiarire ai pochi fedeli spaventati il significato di vocaboli che nessuno - abituati com'eravamo alle recensioni di Veltroni - aveva mai letto. Situazionista. Mitopoietico. Apotropaico.
Così arrivo ai trent'anni e, in bilico sullo sgabello metallico di Feltrinelli, scopro questo viaggio tra i blog italiani curato da Ciaruffoli. Il primo è un blog chiuso, da sempre noto agli ambienti di Pickpocket; il secondo è l'affascinante microcosmo di Alphaville. Mattia Matteucci, il tenutario, aveva distribuito con generosità già mesi or sono l'annuncio della nuova rubrica. Ciaruffoli invece tenta maldestramente l'effetto speciale dell'improvvisazione, del "toh, guarda", e fa notare la coincidenza come qualcosa di assolutamente casuale. Ma il punto non è questo. In quattro colonne lo spazio reale consacrato ad Alphaville si limita a qualche battuta. Mentre è evidente quanto Ciaruffoli sia tutto indaffarato nel sottolineare con ostinazione il suo personale dente avvelenato nei confronti della platea dei blogger cinefili, colpevoli di "affibbiare voti, elargire beneplaciti e detrazioni", dispensatori di argomentazioni che "rasentano il ridicolo" e portatori di una sicumera "da critici autoleggittimati" (ma non era con una g?). Ciaruffoli, presumibilmente influenzato dal morbo giudicatore e approssimativo che tanto condanna, prosegue polverizzando Saw in sette parole ("un film che merita poco o niente"), si impantana nella fanghiglia di una metafora sinceramente imbarazzante (bicicletta e divieto d'accesso figure allegoriche della "cecità" degli impavidi blogger) e cavalca l'onda emozionale costruendo un epilogo catartico (o meglio, apotropaico) tutto teso alla distruzione di massa, dimenticando completamente l'oggetto del suo intervento (Alphaville?).
Cari duellanti, il vostro redattore chiude dicendo che i blogger cinefili il Cinema dovrebbero studiarlo, prima di parlarne. Vero - forse. Allora perché non fate studiare a Ciaruffoli un po' di informatica? Quel minimo di cognizione fenomenologica sull'oggetto "blog", su come è cambiata la comunicazione con un paio di click, una spolverata di teoria evolutiva di new media. E qualche algoritmo. Ciaruffoli, con tanta rinnovata cultura, potrebbe scoprire che non è scritto da nessuna parte che uno stimato critico cinematografico tout-court sia la persona più adatta a parlare di blog. Perché uno che pretende che il blog argomenti come una rivista ha capito poco o nulla della recente rivoluzione tecnologica. La cifra stilistica e comunicativa di un blog è per definizione cosa del tutto diversa da quella di un supporto cartaceo, e lamentare mancanza di professionalità o di "consapevole analisi critica dell'oggetto filmico" è snob e sbagliato, perché pretende l'elitarizzazione, strada che - per fortuna - il blog per sua intrinseca natura non percorre. Il blogger cinefilo (che, in verità, per la maggiore è studente di cinema) vuole innanzitutto chiacchierare di cinema. Il fatto che lo faccia proponendo un punto di vista, un'angolazione di lettura, un insulto improvviso, un giudizio affrettato, un sondaggio o una "recensione" non ha alcuna rilevanza. Attraverso i "commenti" discute e si confronta, manda affanculo o si autocelebra, propone e dibatte. Interagisce. Un blog non si sfoglia in metropolitana e poi si butta lì, sul marmo della vasca da bagno. Il blog è scambio.
Istruendosi, Ciaruffoli potrebbe scoprire come alcuni blogger (Gokachu e Giovane cinefilo su tutti) siano stati i primi a portare alla ribalta film "sconosciuti" ("Ichi the Killer", "Simpathy for Mr. Vengeance", e altri) che i consueti canali istituzionali (rappresentati da "portali cinematografici" la cui credibilità è ormai definitivamente colata a picco) non avevano mai osato avvicinare. E potrebbe persino tentare di aggiustare quell'errore che campeggia ormai da qualche settimana sulla linea 94 del codice di Pickpocket, ADODB.Field error '800a0bcd', laconico in homepage, fuoriquadro, chissàchesignifica, boh.
Sempre vostro,
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09/05/2005 02:16
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goljadkin a proposito di letture
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Volevo farlo.
Volevo essere informato, sempre on-the-edge, e scrivere una bella recensione al film dopo aver letto il libro. Di quelle: "si, ma il libro però", "eh ma l'intreccio è decisamente reso meglio su carta", "però il regista è stato bravo a riprenderne l'atmosfera", e così via.
Perciò, ho dato una spolverata a quel libro di Douglas Adams comprato tanti anni fa e sempre preferito a tanti altri, romanzi di Fante, Roth, De Carlo, Svevo, Palahniuk, Yourcenar, Dick, Baricco e qualche saggio di Marx, impilati sul comodino come cartoni per pizze, pronti a sgusciare via e infilarsi nel letto ad ogni occasione.
Sono arrivato a pagina quarantasei (46) con molta fatica.
Poi, come non è stato neanche con Oceano mare - che mi ha tenuto terribilmente in ostaggio per mesi - ho dovuto abbandonare.
Gettata la spugna. Mi arrendo. Le mani alzate.
Insopportabile.
Ora, la domanda è: perché?
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30/03/2005 02:07
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goljadkin a proposito di letture
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
