Ma basta, ha vinto Mulholland Drive. Tra chi è convinto che Ultimo Tango a Parigi abbia la medesima carica erotica di un film porno di serie B, e chi si è toccato con Angel Heart (non posso negare di averci provato anche io), il capolavoro di Lynch stacca di tre lunghezze il secondo posto e si candida a rimpiazzare il Viagra nel paniere degli acquisti farmaceutici. Un affettuoso pensiero va Baise Moi (0 voti) e a Karen Bach che ha trovato di meglio da fare da un mesetto a questa parte.
Risultati
Stasera Lemony Snicket's bla bla? Chissà, forse.
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22/03/2005 20:07
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Come ha detto qualcuno, il mondo è bello perché è vario.
I risultati del sondaggio hanno dato per spacciato Dune, filmone fantascientifico sabbioso e poco ispirato, sicuramente il meno bello dei film di Lynch. D'accordo. Fuoco cammina con me colleziona da solo il ventun percento dei voti, chiaro segnale che in pochi hanno resistito alle autocommiserazioni di James e ai continui stati di alterazione mentale della Signora del Ceppo, a meno di non essere sfacciati sostenitori (come me) di Twin Peaks - il più bel serial televisivo della storia della televisione. Ma quel dodici percento inflitto a Una storia vera, davvero non lo capisco. Quel film è di una tenerezza talmente poetica che non si può che rimanere inerti. Affascinati. Certo, il sottobosco di inquietudini è ridotto all'osso ma, come dice Eastwood ne I ponti di Madison County, non bisognerebbe avere timore del cambiamento, perché Lynch dimostra di saper raccontare con molta bravura fratellanza amore e morte. In attesa di vedere le otto puntate di Rabbits (con Naomi Watts), vi ringrazio (davvero) e vi do appuntamento al prossimo sondaggio.
| Mulholland Drive | 3% | |
| Una storia vera | 12.5% | |
| Strade perdute | 3% | |
| Fuoco cammina con me | 21.8% | |
| Cuore selvaggio | 18.7% | |
| Velluto blu | 6.2% | |
| Dune | 25% | |
| The Elephant Man | 6.2% | |
| Eraserhead | 3% | |
| Voti totali: 32 | ||
p.s. chi ha osato votare Eraserhead? :) Merita di sorbirsi tutte (4) le mie foto sul flickr di grazie, davvero - aperto oggi (vedi a lato).
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05/03/2005 19:14
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Di solito, in questi documentari anneriti su chi è e cosa ha fatto il regista durante infanzia e adolescenza, si arriva sempre al punto in cui si racconta del primo filmetto fatto a casa di amici, quello girato per le selezioni dell'American Film Institute, e di qualcuno di molto-in-alto che lo guarda e fa: don't quit your day job, e cioè datti all'ippica che non sei tagliato per il cinema; si parla anche dei pianti con la ragazza futura moglie vestita da artista sessantottina (assomigliano un po' tutte a Yoko Ono) e della telefonata che, improvvisa, un giorno arriva, quello squillo che cambia la vita. E non fa eccezione alla regola questo splendido The Short Films of David Lynch, un'ora e mezza di monologo in bianco e nero in cui il regista di Mulholland Dr. ci racconta tutta la sua carriera artistica, sfoggiando un accento anglosassone per fortuna comprensibile e presentando uno alla volta i cortometraggi che l'hanno portato al successo. Devo confessarlo, prima d'ora non ne avevo mai sentito parlare. Ma questo The Grandmother è un capolavoro allo stato puro. Trenta minuti di allucinazioni perverse a metà tra la provocazione orrorifica di Eraserhead e i deliri espressionisti di Buñuel. Da sempre appassionato di pittura, Lynch intuisce la possibilità di fondere (è proprio il caso di dirlo) le proprie, personalissime suggestioni pittoriche con il cinema. E intervalla continuamente disegni a scene con attori in carne ed ossa, mostri rutilanti che sembrano fatti di cartapesta e ambientazioni oniriche, essenziali, un letto e una porta, luoghi che saranno poi costantemente al centro del suo cinema più "maturo". Di più non voglio dire, solo che guardando questi cinque straordinari "esperimenti" ho capito quanto sia incredibilmente affascinante il percorso creativo che può portare alla consacrazione di un genio.
The Short Films of David Lynch, di David Lynch, Usa 2002
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02/03/2005 21:02
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
