Con questo post fresco di stampa ha inizio ufficialmente la mia collaborazione a Cineblog.it, del network Blogo.it - di cui pubblicherò i feed con i nuovi articoli da qualche parte a sinistra.
La notizia è che John Maybury è infuriato. Da quanto si legge nell'intervista rilasciata a Filmforce.com, il semi-sconosciuto regista di The Jacket (in uscita sugli schermi italiani il prossimo 7 luglio) ha preso di mira - con un linguaggio colorito - i due film pluripremiati di quest'anno: Million Dollar Baby e The Aviator. Attaccando Clint Eastwood, Maybury non riesce a spiegarsi come il regista di uno dei suoi film preferiti di sempre ("Play Misty for Me", conosciuto in Italia come Brivido nella notte, del 1971) possa essere stato trattato così bene dall'Academy. Senza messi termini, definisce Million Dollar Baby a piece of shit e passa avanti, concentrando le proprie ire sul montaggio di The Aviator. Il fatto che Thelma Schoonmaker abbia vinto come miglior montaggio non gli va giù: il film di Scorsese doveva essere 35 minuti più corto per assurgere a vero capolavoro. Se lo dice lui...
Adesso. Il 7 luglio mi proietto al cinema di primo pomeriggio per assistere a The Jacket, con una tale pletora di pregiudizi dall'esserne sotterrato, e già godo all'idea di poterlo disintegrare in un laconico post estivo senza neanche una foto. Come sempre, su questi schermi.
|
08/03/2005 01:35
|
|
Non è facile parlare di un film fatto per volontà di Leonardo DiCaprio (produttore esecutivo) e per voluttà dell'Academy. Quel che è certo, è che siamo davanti ad un leggendario affresco dell'America dei De Mille, dei Ford e degli Hawks, la Hollywood delle vanità delle Gardner e delle Hepburn, in cui il nulla osta per la celebrità è la passerella su un letto di lampadine fulminate dei flash sbizzarriti dei paparazzi, strette di mano ai concorrenti e imbarazzati monologhi davanti alle commissioni di censura. E' l'America dello sfarzo, del potere e del lusso in cui il sogno passa anche attraverso la corruzione, e scava nel marcio dei compromessi, del nepotismo, degli accordi politici. Visto così, il film entrerebbe di diritto tra i migliori Scorsese di sempre: le spettacolari scenografie incorniciano una fotografia densa di chiaroscuri e bianchi saturati, su cui scivola felicissima la colonna sonora di Howard Shore, come sempre arricchita da sonorità inquietanti, perfette per raccontare la degenerazione della follia del protagonista. Scorsese è semplicemente un Maestro quando fa danzare la macchina da presa tra gli aeroplani e Leonardo DiCaprio - qualsiasi cosa voglia dire quest'affermazione - è da Oscar. Eppure, dopo tre ore straordinariamente lunghe, si ha la sensazione che al film manchi qualcosa. O meglio, che il film abbia troppo. Troppo compiacimento, troppa perfezione, troppo stile. Ingredienti perfetti che di sicuro andranno ad alimentare il senso di appagamento dell'Academy, ma che forse non bastano a trasformare in pura emozione questo film.
The Aviator, di Martin Scorsese. Usa 2004
|
30/01/2005 03:35
|
|
Sarà perché "Gangs of New York" non mi ha esaltato più di tanto. Sarà per Leonardo Di Caprio, sulla cui bravura - nonostante il film di Spielberg - non sono ancora del tutto convinto. O sarà perché tre o quattro anni fa voci di corridoio davano per scontato il coinvolgimento di Brian De Palma, cui sono morbosamente affezionato. Sta di fatto che andrò a vedere The Aviator con un nodo in gola. Carico di speranze impaurite che andranno a frantumarsi chissà dove, forse nell'abisso di una delusione cocente. E poi, quella pioggia di candidature sinceramente mi terrorizza.
Diciamo la verità - con quel po' di cattiveria da ammiratori delusi - da quanto tempo Scorsese non realizza un film significativo? Dieci anni. Dopo "Casinò" (1995) si è cimentato nel pasticcio buddista (lui, un cattolico), pretenzioso e di maniera, ha girato due documentari e ha raccontato la guerra civile in un film che deve tutto all'immenso Daniel Day-Lewis. Lontani, lontanissimi i tempi di "Taxi Driver", "New York New York" e "Fuori orario", in cui riusciva nello straordinario intento di trasformare una vicenda banale come l'incontro tra due persone in una stravagante, impazzita, visionaria e illuminata metafora sulla vita, carica di religiosità e di un rigore morale invidiabile per il cinema americano.
La domanda è: riuscirà ancora a stupirmi?
|
27/01/2005 22:49
|
|







Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
