Ejzenštejn: una "cagata pazzesca" o, tutto sommato, un bravo vecchietto?
La Russia degli anni della Rivoluzione d'Ottobre è quella degli studi deserti, delle attrezzature svendute all'estero, degli etti di pellicola comprati al supermercato. Nel 1919, Lenin rilascia un'intervista a Vanity Fair affermando che il cinema è "la più importante tra tutte le arti", mezzo di propaganda ideale per diffondere il comunismo tra le genti analfabete.
Nasce il cinema didattico, e la nuova esigenza - per i giovani e promettenti cineasti - di dotarsi di uno stile rivoluzionario, metaforico, poetico.
Con Sciopero (1924), La corazzata Potëmkin (1925) e Ottobre (1927), Sergej Michajlovic Ejzenštejn è il più bravo regista dell'Unione Sovietica, autore di una indimenticabile trilogia che si impone per la sua forte carica innovativa. Il montaggio della celebre sequenza della scalinata de "La corazzata Potëmkin" (omaggiata da Brian De Palma ne "Gli Intoccabili", 1987) è tutto un gioco di accostamenti tra opposti: vecchi e bambini, soldati e borghesi, salite e discese. La scena dura più di cinque interminabili minuti, perché Ejzenštejn dilata i tempi e descrive in sequenza cose che si svolgono simultaneamente, mostrando uno stesso soggetto da più angolature diverse. Il film è un successo e viene proiettato anche in Italia nei polverosi cineclub aziendali, ma il rag. Fantozzi si ribella al potere padronale del cinema d'autore e rivendica, rumorosamente, l'importanza sociologica di film come Giovannona coscialunga e L'esorciccio.
Tuttavia, Ejzenštejn prosegue i suoi studi sul montaggio. In "Sciopero" mostra gli operai parallelamente agli animali da macello. In "Ottobre" alterna i discorsi dei menscevichi con donne in sottoveste che suonano l'arpa. E' un montaggio ideologico, in alcuni casi insopportabile e troppo concettuale, che ha spezzato qualsiasi legame con il realismo, ma che è responsabile di moltre tra le più belle sequenze del cinema sovietico. L'ascesa al potere di Kerenskij, in Ottobre, è risolta inquadrando l'uomo (prima ministro, poi generale, poi dittatore) che sale sempre gli stessi tre gradini: il suo destino è messo in discussione, la sua ambizione è soltanto illusoria.
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22/01/2005 12:06
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goljadkin a proposito di storia
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Nel 1910 il cinema è già un fatto commerciale
Durante gli anni Dieci le più potenti cinematografie nazionali si danno alla pazza gioia e vengono prodotti 2754 film. 882 sono francesi, 643 italiani, 576 americani, 308 tedeschi, 268 inglesi. Il cinema vuole andare oltre le farse volgari e i ridicoli melodrammi, e perciò si sviluppa un percorso di evoluzione artistica e creativa che - miracolo! - non si contrappone al commercio, ma anzi lo valorizza, trasformando gradualmente il cinema in quella che poi fu definita - da Ricciotto Canudo, saggista, romanziere, drammaturgo e giornalista italiano residente a Parigi - la "settima arte".
Il cinema italiano si specializza nel soggetto storico, e sforna una marea di improbabili kolossal su Roma, Pompei e Troia, con scenografie di cartapesta e sceneggiature scritte da D'Annunzio.
In Danimarca fa il suo esordio la "vamp", la donna fatale, protagonista di rocamboleschi melodrammi in cui banchieri e impiegati del catasto si innamorano di femmine tanto favolose quanto crudeli, che amano girare nude per casa ma non te la danno mai.
Nascita del cinema classico: D. W. Griffith
Nel frattempo, in America, un certo Griffith - attore di teatro proveniente da una famiglia metodista del Sud - realizza circa quattrocento film per la Biograph. Nel 1914, l'enorme esperienza maturata e - immagino - il cospicuo conto in banca inducono il Nostro a presentare lettera di dimissioni e a crearsi la propria casa di produzione per realizzare "The Birth Of a Nation" (Nascita di una nazione), il suo capolavoro. E' il passaggio dalle forme primitive a quelle di cinema classico. Chi l'ha visto può testimoniarlo: ritmo epico, superbi movimenti di macchina, ampie panoramiche, consapevole rappresentazione dello spazio e della narrazione. E' il maggiore successo di pubblico del cinema muto di quegli anni e il progetto più grandioso mai realizzato negli Stati Uniti sino a quel momento.
Per respingere le numerose accuse di razzismo mosse al film, quel terrone di Griffith gira "Intolerance" (1916), inno pacifista contro ogni forma di intolleranza. Grande sfoggio di tecnica: il montaggio parallelo, fino a quegli anni impensato, tocca qui il suo apice; la regia gode di influenze letterarie (Whitman) e pittoriche (Dickens). Ejzenstejn guarda, si emoziona e corre a sfornare la sua "cagata pazzesca".
Prossima puntata:
Ejzenstejn: una cagata pazzesca o, tutto sommato, un bravo vecchietto?
L'espressionismo tedesco: ma cos'è?
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21/01/2005 01:17
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goljadkin a proposito di storia
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Su (cine)forum, e cioé il forum dei blogger a tendenza spiccatamente cinematografica, brillante idea di Gokachu, nella categoria "Storia del cinema" mi diverto a rielaborare le origini della Settima Arte a modo mio. Riporto qui un estratto dalla "seconda lezione", e contemporaneamente vi invito a dare un'occhiata più in generale al forum che - nonostante sia nato da poco - sta crescendo bene.
I f.lli Lumière: le prime proiezioni
Il padre dei f.lli Lumière fabbricava lastre fotografiche a Lione. Bel culo, direte voi: come avrebbero fatto ad inventare il cinema col padre ginecologo? Auguste e Louis, trentatré e trentun'anni, guardano con molto interesse alle invenzioni di Edison (cfr. topic: Gli albori) e mettono a punto un sistema che consente lo scorrimento della pellicola e assicura al tempo stesso riprese, stampa delle copie e riproduzione.
La prima proiezione, nel 1895, è un successo, anche grazie al costo del biglietto (un franco) e alla numerosa parentela da parte di mammà; ma la voce si diffonde rapidamente, tanto da indurre i f.lli Lumière a rinunciare a capitone, vongole e panettoni per organizzare una proiezione la notte di Natale. In programma il primo film assoluto della storia del cinema, "L'arroseur arrosé" (L'annaffiatore annaffiato). Seguirà, nel 1898, il celebre ed emozionante "Arrivo di un treno nella stazione di La Ciotat" (con Fantozzi e rag. Filini spettatori) e tanti altri cortometraggi di marcata connotazione documentaristica.
Georges Méliès
Dobbiamo a Méliès il vero passaggio da cinema del quotidiano a Cinema con la C maiuscola, pur nel limite dei mezzi tecnici e di un linguaggio ancora rudimentale. Méliès, straricco pazzoide illusionista amico di Silvan, è entusiasmato dall'invenzione dei f.lli Lumière e vuole acquistarla. Incazzato per il due di picche, assume un ingegnere (!) e nel 1897 costruisce - sulla falsariga del cinetoscopio di Edison - il cinetografo. L'idea è quella di trasferire nel cinema i suoi trucchi più spettacolari, e allo scopo costruisce - sulla falsariga dell'Industrial Light & Magic di Lucas - un enorme stabilimento in cui fabbrica scenografie stravaganti, modellini, astronavi, macchinari pirotecnici. Con Méliès il cinema diventa viaggio immaginario, impossibile e fantastico ("Le Voyage dans la lune", 1902) ma la guerra distrugge tutto e Méliès muore nella miseria più assoluta.
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20/01/2005 02:18
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goljadkin a proposito di storia
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Glaciale come i pezzi d'asfalto che ribollono dalle viscere della terra, meccanico come i tripod che, accompagnati da un verso spettrale, fanno razzia di esseri umani, il film polverizza sul nascere il più lezioso spunto sentimentalista per lasciare esclusivo e incontrastato spazio ai nuovi colonizzatori - prima nella forma di inquietanti fenomeni elettrici, poi nelle vesti più classiche di pesanti e giganteschi robot - che infine si ammorbidiscono nelle fattezze di viscidosi e smagriti alieni che passeggiano incuriositi tra le macerie del nuovo habitat. Una scelta di sceneggiatura assai coraggiosa e pertinente, che fa del film uno dei più spettacolari, coinvolgenti e realisti(ci) mai realizzati sinora. L'invasione è un colpo durissimo per tutta l'umanità, che è spaventata, inerte, terribilmente impreparata, perciò svuotata di qualsiasi pretesto drammaturgico se non quello della fuga e dell'istinto di sopravvivenza, due temi che procedono paralleli per tutta la narrazione e che si fondono irrimediabimente nella sequenza dell'assalto all'automobile, la cui sottrazione ai protagonisti si conclude in un paio di colpi di pistola mostrati tra le lacrime del padre, seduto al bar dopo essere stato disarcionato e picchiato, nel momento catartico più intenso del film. Ma i veri protagonisti sono gli invasori: vederli polverizzare militari, civili ed edifici, sollevare strade e macchine, disintegrare ponti e case, è un ritorno alle origini, quando buttavamo giù con un movimento scomposto del braccio il castello di cubi colorati fatto da papà. L'istinto di demolizione. Perché le cose non si fanno e disfanno a caso.




A Ghost is Born è il titolo del nuovo disco dei Wilco. Mente dei Wilco è Jeff Tweedy il quale, come si dice in questi casi quando ci piace un disco, è un genio. La musica che i Wilco riescono a sprigionare in un'oretta di ispirazione lucida, martellante e folle è il prodotto di atroci sofferenze di Tweedy (che è in clinica per disintossicarsi dal paracetamolo) tradotte in una sorta di country elettronico, indie-rock poco pretenzioso e splendidamente orchestrato tra rumori di chitarre farfuglianti, interferenze, riverberi, pianoforti beatlesiani. Ma non c'è solo questo. "A Ghost Is Born" è una perla dietro l'altra, in cui si mescolano atmosfere vagamente sixties con ispirazioni di musica d'autore che sfiorano Jeff Buckley, scivolano su Neil Young, toccano i Radiohead e ripartono dai Replacement.
